“Boss connection”, gli affari del clan Rizzuto dall’Italia al Canada

Lino Saputo era felice come un bambino il 27 ottobre scorso. Maria Grazia Cucinotta, strizzata in un tubino scuro, quella sera al Plaza di Atlantic City gli stava consegnando il premio della Cnsa, la Confederazione dei siciliani del nord America: “Ecco a voi il miglior imprenditore dell’anno, il primo produttore di latticini del Canada, il terzo negli Stati Uniti”. Il re del formaggio sorrideva ai 700 italiani. Ad applaudirlo c’erano l’ex ministro Enrico La Loggia , il console d’Italia a New York, il deputato di Philadelphia Salvatore Ferrigno, l’assessore siciliano Santi Formica e tanti altri. A braccetto con l’altro premiato, l’attore Ben Gazzara, assaporava al volgere dei settant’anni la dolce discesa della vita. La mente andava alla lunga salita affrontata per essere su quel palco: l’infanzia in Sicilia, il piroscafo che nel 1952 lo porta da Montelepre, il paese del bandito Giuliano, fino all’America. Gli inizi con il padre, la bicicletta per consegnare 10 chili di mozzarella al giorno, la crescita, la quotazione in Borsa a Toronto, il boom dell’ultimo decennio che ha decuplicato il fatturato fino a 4 miliardi di dollari e gli utili a 400 milioni l’anno. Lino stringeva al cuore quella targa perché era un riconoscimento alla storia dei Saputo. Non poteva sapere che il nome della sua famiglia, impresso sul 35 per cento della produzione casearia del Canada, sulla squadra di calcio di Montreal e sullo stadio avveniristico della città, proprio quel nome a 4 mila miglia di distanza, era finito nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Roma coordinata da Italo Ormanni.

Cinque giorni prima, il 22 ottobre, la Dia di Roma, guidata dal colonnello Paolo La Forgia, ha arrestato 16 boss e colletti bianchi del clan di Vito Rizzuto. Le indagini dei vicequestori Silvia Franzé e Alessandro Mosca sono durate due anni e hanno colpito duramente la connection tra il Canada e l’Italia. A ‘L’espresso’ però risulta che l’ultima pista investigativa percorsa dal nucleo di polizia tributaria di Milano porta proprio ai rapporti tra Rizzuto e i Saputo. Il capitano Gerardo Marinelli e il maggiore Vincenzo Andreone hanno intercettato tra il 2005 e il 2006 l ‘imprenditore Mariano Turrisi, l’uomo di Rizzuto a Roma, mentre tentava di riciclare 600 milioni di dollari mediante la cessione proprio a Lino Saputo del suo gruppo Made in Italy, destinato a operare nel settore del lusso. Saputo non è indagato, ma l’operazione ha nuovamente acceso il faro sui suoi rapporti con la criminalità. Qualche mese prima degli arresti, il pm romano Adriano Iasillo ha scritto una lettera riservata alla Polizia interforze del Canada: “ La Guardia di Finanza ha intercettato conversazioni dalle quali si capisce che è in corso un’operazione di cessione del gruppo Made in Italy all’imprenditore canadese Lino Saputo per la somma di 600 milioni di dollari americani di cui 300 sarebbero destinati direttamente alla famiglia capeggiata da Vito Rizzuto (…) sarebbe estremamente utile acquisire ogni dato che provi il collegamento tra Saputo e Rizzuto”. Alla richiesta del pm italiano non è giunta alcuna risposta. ‘L’espresso’ ha svolto una ricerca negli archivi del governo canadese e dello Stato di New York, nei vecchi rapporti della polizia e dell’Fbi, scoprendo una serie di documenti che provano i trascorsi rapporti di affari tra Saputo e la storica famiglia Bonanno di New York, della quale proprio il boss Rizzuto è oggi il rappresentante in Canada.

Per ricostruire la saga parallela bisogna partire da un documento. La richiesta di ingresso in Canada presentata il 25 maggio 1964 da un emigrante: Giuseppe Bonanno, nato a Castellammare (Trapani), religione cattolica, cittadinanza statunitense. Bonanno non è un siciliano qualunque. Secondo molti è il Padrino con la ‘P’ maiuscola, quello al quale si sarebbe ispirato Mario Puzo per il personaggio di don Vito Corleone. Morirà nel 2002 dopo una sola condanna per ostruzione alla giustizia, ma quando presenta la domanda per entrare in Canada è il capo della famiglia omonima che compone insieme ad altre quattro la cupola americana di Cosa Nostra. Bonanno lascia New York per sfuggire alle indagini e ai killer del clan rivale. Punta su Montreal perché sa di avere amici pronti ad accoglierlo: i Saputo. Allegata alla sua domanda c’è una lettera della Giuseppe Saputo & sons: “Caro Mr. Joseph Bonanno (.) tu ci hai aiutato molto negli anni e noi siamo felici di averti nelle nostre attività. Siamo pronti a darti il 20 per cento delle nostre tre società a fronte di un investimento di 8 mila dollari. Siamo certi che ci potrai aiutare enormemente nell’espansione dell’attività. Con il tuo aiuto raddoppieremo i dipendenti”. Non c’è da stupirsi. Bonanno non gestiva solo affari illeciti. Come racconterà nella sua autobiografia, ‘Uomo d’onore’, tra una sparatoria e l’altra fabbricava anche mozzarelle. Nel Wisconsin era socio occulto di un caseificio (tuttora attivo) gestito da un certo John Di Bella di Montelepre, il paese dei Saputo. Proprio Di Bella presentò ‘Il Padrino’ e ‘Il re del formaggio’ e chissà che non sia lo stesso John Di Bella che accompagnò Bonanno al vertice più importante della storia della mafia, nel 1957, al Grand Hotel delle Palme di Palermo.

Il Canada, comunque, non accolse Bonanno. Anzi lo arrestò e lo rispedì al mittente. L’ingresso nel gruppo Saputo saltò. Ma non del tutto. Un’indagine governativa Usa 15 anni dopo dimostrerà che Bonanno è stato socio di Saputo. Nel 1980 Lino Saputo voleva aprire un caseificio a due passi dalla Grande Mela, ma lo Stato di New York negò la licenza al termine di un’indagine condotta in collaborazione con la polizia dal consigliere del Dipartimento dell’Agricoltura Thomas Conway. ‘L’espresso’ ha letto il rapporto Conway che sembra tratto da una sceneggiatura di Francis Ford Coppola. Tutto inizia il 20 maggio 1964. Bonanno compra il 33 per cento di una delle tre società del gruppo Saputo, la Cremerie Stella. Stando a un verbale, che Saputo dice di non avere mai visto, i due soci si spartiscono così le cariche: Saputo è amministratore, Bonanno tesoriere. Passano due anni e il figlio di Bonanno, Salvatore, viene fermato a Montreal su un’auto intestata al genero del gran lattaio. Nel 1972 la Polizia trova nella valigetta di Saputo una strana contabilità dove sono segnati gli utili distribuiti a un misterioso azionista denominato con le iniziali: J. B. “È Joe Borsellino, mio cognato e socio”, giura Saputo. Conway non gli crede: JB era Joseph Bonanno. Con appuntati pagamenti per 44 mila e 766 dollari (all’epoca un tesoretto) riferiti a JB.

Le indagini canadesi del 1972 si concludono con un nulla di fatto e Saputo può continuare la sua ascesa. E anche le sue relazioni pericolose. Lo scopre l’Fbi monitorando la spazzatura di Bonanno dal 1975 al 1979. Il Padrino è anziano e annota gli impegni con meticolosa precisione. Poi a sera getta tutto nel cassonetto a beneficio degli agenti travestiti da netturbini. Scrive Conway: “Ben 206 note confermano le relazioni continuate tra Bonanno, Lino Saputo e il cognato Joe Borsellino (…) biglietti di auguri, richieste di Bonanno ai Saputo sui loro business, preoccupazioni per le inchieste e persino trasferimenti di fondi da Saputo a Bonanno“. In un foglio il Padrino scrive: “Lino is a person of mine (.) is a god boy”. Nel 1975 il boss organizza un incontro a Long Beach e annota di voler pagare la suite e il ristorante per Lino e la moglie. Secondo il rapporto Conway, nel 1977 Bonanno dà istruzioni a Saputo e Borsellino per consegnare 51 mila dollari alla nipote del boss. Nella sua rubrica ci sono tutti i numeri di Lino e e nelle sue note si trovano 27 riferimenti di questo tenore: “Parlare con Lino per sapere se è possibile portare i soldi in California prima di Natale”. Oppure: “Peppe e Lino per il liquido”. Peppe, secondo l’Fbi, è Giuseppe (Joe) Borsellino, il cognato delegato a tenere i rapporti con il boss: oggi si occupa del ramo costruzioni dell’impero familiare ed è un personaggio chiave a Montreal.

Nato a Cattolica Eraclea, come Vito Rizzuto, mantiene stretti rapporti con il paese di origine. Per esempio, quando il sindaco di Cattolica, Nino Aquilino, nel 2004 vola a Montreal per l’Immacolata Concezione, prima incontra il boss Nick Rizzuto. Poi va allo Sheraton per la festa e si fa fotografare con il cognato di Saputo, Joe Borsellino. Joe e Lino comunque si sono presi una bella rivincita otto anni dopo il gran rifiuto di New York. Nel 1988 il gruppo compra una delle maggiori aziende di latticini degli Stati Uniti e nessuno lo ferma. Ormai è un imprenditore affermato. Fino al 1998 Lino Saputo siede nel board della National Bank del Canada e oggi controlla un impero presente in tre continenti con 9 mila dipendenti e 45 stabilimenti: dall’Australia alla Germania, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna. Nel suo consiglio di amministrazione c’è l’ex premier del Québec. È senza dubbio l’italiano più potente del Canada, il 317esimo uomo più ricco del mondo, davanti a Luciano Benetton. Lui non rinnega i suoi concittadini, anche quelli chiacchierati. Nel 1992 partecipa al funerale del boss Joe Lo Presti, ucciso da una pistolettata. Tra la folla gli agenti intravedono anche il boss di Montreal, Vito Rizzuto. Oggi i loro nomi sono di nuovo l’uno accanto all’altro in un rapporto di Polizia. Ma stavolta in ballo ci sono 600 milioni di dollari.

Marco Lillo e Antonio Nicaso

l’Espresso – Numero 46 anno 2007