ANTIRACKET. La paura di Ignazio Cutrò in quel paese abbarbicato sui Monti Sicani

cutròBIVONA. Ha molta paura Ignazio Cutrò. Per lui e per la sua famiglia.

L’imprenditore di Bivona è sovraesposto, forse più del dovuto, in un attivismo antiracket che comincia a dare i primi risultati con l’associazione “Libere terre”, grazie alla quale altri imprenditori della provincia – dopo la prima ondata di ribellione inaugurata dal presidente di Confindustria agrigentina Giuseppe Catanzaro   stanno trovando il coraggio di denunciare le estorsioni alla magistratura. Storie drammatiche di imprenditori taglieggiati, costretti a pagare il pizzo con la violenza delle intimidazioni. “Libere terre” fornisce prima sostegno psicologico a uomini e famiglie impaurite e sconfortate. Poi indica la via maestra della legalità: la collaborazione con la giustizia. Tremano così gli aguzzini di Cosa nostra agrigentina.

due mezzi incendiati di cutròL’imprenditore bivonese ha molta più paura di prima, quando con la sua testimonianza diede impulso all’operazione antimafia “Face off” che decapitò le cosche della Bassa Quisquina. Cutrò si sente sempre più isolato nella sua Bivona, quel paesino abbarbicato sui Monti Sicani dove non tutti gli sono vicini e solidali, anche tra i suoi parenti c’è chi prende le distanze da lui. Certa cultura mafiosa resta fortemente radicata, la paura è tanta. Ossequi e visite per le “coppole storte”. Recentemente, quando un presunto boss bivonese è uscito dal carcere, una cinquantina le auto che i carabinieri hanno contato davanti la sua abitazione.

Al sindaco Giovanni Panepinto non piace il clima che si sta creando e se la prende coi giornalisti criticandoli pubblicamente nei convegni. In particolare se l’è presa con Felice Cavallaro, del Corriere della Sera, e Maristella Panepinto, di “S”, un mensile d’inchiesta su mafia e politica. Ci ha pensato l’ultimo numero di Fuoririga, il magazine sulla mafia agrigentina, con un reportage del direttore Gero Tedesco, a spiegare perché è giusto che si parli di mafia. “Certo Bivona non è un paese di mafiosi, ma è un paese dove la mafia esiste e non parlarne, come sosteneva Giovanni Falcone, fa bene solo ai boss”.

cSi contano a decine i danneggiamenti e le intimidazioni ai danni di Cutrò. Prima, negli anni, i vari attentati incendiari che hanno distrutto la sua azienda. Adesso, in pochi mesi, vari segnali di prepotenza mafiosa: un mezzo bruciato in un cantiere in pieno centro nei primi giorni di apertura, una croce di ceroni funebri davanti casa, un camion danneggiato in piazza. Chissà quanto altro ancora dovrà capitare. Ma non si fermano le indagini delle forze dell’’ordine e della magistratura. Nemmeno l’impegno antiracket di Ignazio Cutrò, che vive  scortato dai carabinieri (solo di giorno) ma che recentemente gli hanno tolto l’auto blindata.

Cutrò ha molta paura e continua a chiedere aiuto allo Stato sfogandosi su Facebook. “Questa guerra da parte mia – scrive in una nota – è stata presa di petto, i media hanno scritto tanto su di me e questo è importante, ma la cosa più importante deve essere la presa di posizione dello Stato. Lo Stato deve proteggere chiunque stia lottando contro la mafia con tutte le armi e mezzi a disposizione, che sia magistrato, cittadino, imprenditore ecc.. Non mi posso sentire dire ‘sai ti togliamo la blindata perchè non ti tocca o forse perchè non ci sono soldi, o nella peggiore delle ipotesi la togliamo a te per darla ad un altro’. Io sono un padre di famiglia, tutto il giorno mi resta impresso nella mente lo sguardo di mia moglie preoccupata quando esco di casa. Vorrei sapere a che gioco giochiamo: quello del gatto e il topo? Personalmente in questa lotta non ho mai guardato né soldi né tempo e nessuno mi ha obbligato a farla, è la mia coscienza di persona libera che me lo obbliga, ed è giunto, e dico è giunto,  il momento – conclude Cutrò  – che qualcuno si assuma le proprie responsabilità”.