GIUSTIZIA. Alfano ad Agrigento, i magistrati protestano e spiegano le loro ragioni

La visita ufficiale del ministro della Giustizia Angelino Alfano ad Agrigento offre l’occasione all’Associazione nazionale  magistrati, sottosezione di Agrigento, di scrivere un documento che sarà consegnato al ministro stesso, con il quale si spiega la ragione della protesta dei giudici.

Ecco il testo del documento.
Gent. mo Sig. Ministro, i magistrati italiani sono in stato di agitazione. Proprio oggi inizierà una settimana di protesta, durante la quale ci asterremo dal compimento di tutte le attività di supplenza di cui ci facciamo carico quotidianamente nell’interesse dei cittadini, senza vincoli di orari e senza lesinare un impegno – spesso totalizzante – specie nelle sedi periferiche e disagiate. Il prossimo 1 luglio ci asterremo inoltre dalle udienze e da tutte le attività lavorative. Noi protestiamo contro una manovra economica che svilisce la dignità della funzione giudiziaria e ancor più mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Una manovra che oltre ad essere discriminatoria perchè incide solo su alcune categorie di lavoratori, è ancor più iniqua  per i suoi riflessi interni alla nostra categoria, come  Lei stesso ha riconosciuto nei giorni scorsi. Infatti, l’attuale impostazione penalizza, in misura eccessivamente gravosa, le retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, e soprattutto dei più giovani, che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento. Questo significherà allontanare i giovani dalla magistratura ed avere, per il futuro, magistrati meno qualificati e professionalmente adeguati e sempre meno disposti, con o senza incentivi, a venire a lavorare in sedi come Agrigento.
Una manovra che colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e per di più casuale. Ad esempio, un pubblico dipendente (magistrato o altro funzionario) con uno stipendio lordo di 150.000 euro subirà un taglio di stipendio di 3.000 euro lordi l’anno (cioè il 2% dello stipendio), mentre un magistrato di prima nomina – anche se destinato in una sede di frontiera e “disagiata” come quelle di Agrigento, Gela o Sciacca – con uno stipendio lordo di circa 40.000 euro subirà tagli complessivi per circa 10.000 euro lordi l’anno (circa il 25% dello stipendio). Una manovra che sta già provocando un massiccio “esodo” di magistrati, anche di provata esperienza e professionalità, gravemente penalizzati dalle misure concernenti il trattamento di fine rapporto, con conseguente grave scopertura degli organici già in sofferenza. La nostra reazione non è una rivendicazione salariale. Siamo dipendenti pubblici solamente e strettamente dal punto di vista economico. I magistrati esercitano uno dei poteri dello Stato voluto dalla Costituzione e non sono pagati per le ore che lavorano, ma per il ruolo che rivestono e le funzioni che svolgono. La retribuzione rappresenta, tuttavia, un tassello imprescindibile dell’indipendenza della magistratura e la sua abnorme e iniqua riduzione rappresenta un grave vulnus ai principi fondanti la nostra pubblica funzione. Non ci attendiamo risposte immediate, ma una seria e meditata riflessione che tenga conto di quanto rappresentato e che, ribadiamo, mira a garantire l’esercizio della Giurisdizione secondo i dettami della Costituzione repubblicana.