LEGALITA’. Nell’Agrigentino abbandonati 150 beni confiscati alla mafia, appello ai sindaci

Rimangono  inutilizzati i numerosi beni confiscati ai boss nell’Agrigentino e Cosa nostra ringrazia. Sembra  che alcuni immobili e terreni vengano usati anche dopo la confisca dai parenti di boss, in molti restano invece in preda a ladri e vandali, altri vengono logorati dal tempo.

Tranne qualche rara eccezione restano indifferenti al problema i sindaci nonostante la legge parli chiaro: le amministrazioni, dopo l’acquisizione del bene, hanno un anno di tempo per decidere se amministrarlo direttamente oppure assegnarlo in concessione a titolo gratuito per fini sociali, in caso contrario i sindaci rischiano l’incriminazione per omissione d’atti d’ufficio e favoreggiamento alla mafia. Non si ha notizia di indagini in tal senso nell’Agrigentino, eppure quasi tutti i beni consegnati dal Demanio ai Comuni restano inutilizzati da vari anni, pochissimi hanno dato i frutti della legalità: due vigneti a Casteltermini e a Canicatti, un centro turistico a Siculiana, una villa a Favara, un centro per volontari a Racalmuto e una casa-famiglia ad Agrigento. Poi degli altri 151 beni e una decina di aziende confiscate in provincia non si hanno più notizie, in qualche caso solo proclami, come per esempio per quelli di Ribera e Cattolica Eraclea.

Così, dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso sulle gestione dei beni confiscati, il presidente del Consorzio Agrigentino per la Legalità e lo Sviluppo, Maria Grazia Brandara, lancia un appello per uscire dall’impasse proponendo un nuovo modo per far fruttare i beni sottratti ai boss.  “Vi proponiamo di valutare – scrive la Brandara ai sindaci e al Prefetto di Agrigento Francesca Ferrandino – la possibilità di intraprendere anche un’altra via per rendere socialmente ed economicamente utile la confisca di un bene sottratto ai gruppi mafiosi di questa provincia: rendere capitalizzabile il bene-terreno (i lotti che non sono utilizzabili per uso agricolo) anche nella forma diretta in cui il Comune impianti e produca con il sistema del fotovoltaico una centrale elettrica capace di produrre una ecologica entrata aggiuntiva al suo bilancio da indirizzare alle politiche sociali della propria comunità.

Un’ipotesi di questo genere – aggiunge – realizza economia reale nonché economia di tempo e certezza nella impermealizzazione delle dinamiche burocratiche da possibili interferenze mafiose tendenti a recuperare quanto sottratto dallo Stato. L’impiego di terreni confiscati presuppone un’utilità sociale che, nel caso in specie, si sostanzia con una destinazione vincolata delle risorse derivanti dalla produzione di fotovoltaico per precise finalità: copertura delle spese sociali dei Comuni, costruzioni di alloggi ad affitto calmierato per le fasce più deboli, interventi di riqualificazione urbana e di miglioramento della qualità della vita nei quartieri degradati. Siamo certi – conclude la Brandara – che non sfuggirà come una tale ipotesi possa garantire quella risposta che la legge Rognoni-La Torre pretendeva di dare alla mafia ed alle comunità locali”.

Da: Giornale di Sicilia

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