MAFIA. Incendiati tre camion alla ditta dei nipoti di Rosario Cascio a Trapani

TRAPANI.  Appartengono alla “Selinunte Srl” di Castelvetrano, una ditta di calcestruzzo di proprietà di due nipoti di Rosario Cascio, i tre camion distrutti due notti fa. Gli investigatori non escludono che, dietro l’incendio dei mezzi, possa celarsi la rottura di equilibri all’interno di Cosa Nostra.

Rosario Cascio, come Giuseppe Grigoli (condannato la scorsa settimana a 12 anni di reclusione per mafia) è ritenuto infatti uno delle braccia economiche – finanziario di Matteo Messina Denaro.

Le prime indagini su Cascio, l’imprenditore di Santa Margherita Belice, risalgono al 1977 quando con rapporto giudiziario fu denunciato assieme a Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella per favoreggiamento aggravato nell’omicidio del tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e del professore Filippo Costa. Il duplice omicidio era legato ai lavori pubblici relativi alla costruzione del bacino idrico “Garcia”, nel territorio di Monreale e Roccamena.

Condannandolo in via definitiva per mafia a sei anni di reclusione, quella sentenza certificò l’influenza di Cosa Nostra per il controllo «integrale» degli appalti pubblici, dalla scelta delle opere pubbliche da finanziare, all’accordo tra le imprese per le aggiudicazioni, alla conseguente manipolazione delle gare, alla gestione dei sub-appalti, per arrivare alle forniture e all’influenza nella esecuzione dei lavori e dei collaudi.

Negli anni ’90 Rosario Cascio fu uno dei principali patrocinatori di un’attività economica connessa alla creazione del consorzio di imprese “Unicav” attraverso il quale aveva applicato il metodo del cosiddetto tavolino degli appalti (il metodo di aggiudicazione degli appalti pilotato con un accordo fra mafia, politica e imprenditoria) nelle province di Agrigento e Trapani dove Cascio forniva materiale a prezzi maggiorati e prendeva il 3 per cento sui lavori altrui.

Nel 2008 con l’operazione «Scacco Matto» condotta nell’agrigentino Rosario Cascio torna nuovamente sotto inchiesta assieme ad altre 60 persone perché trovato sempre ad occuparsi di cemento, appalti, imprese, in particolare tra Montevago, Sambuca di Sicilia, Menfi, Santa Margherita Belice, Ribera, Lucca Sicula.

Ad incastrarlo sono le intercettazioni ambientali (nel 2006) all’interno dell’officina meccanica di Antonino Gulotta, uomo d’onore della famiglia di Montevago, in provincia di Agrigento, dalle quali emerge non solo il ruolo di assoluta preminenza rivestito da Gino Guzzo, (presunto capo mafia di Menfi e capo del mandamento di Montevago) in seno al sodalizio mafioso del Belice ma soprattutto, la caratura delinquenziale degli imprenditori Rosario Cascio e del fratello Vitino.

Nel 2009 la Dia di Palermo gli ha sequestro oltre 400 milioni di euro mentre l’ultimo colpo alle casse del capomafia è del 2010 e porta la firma della sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento, che ha disposto il sequestro di beni per oltre 550 milioni di euro intestati all’imprenditore.

Maria Loi  antimafiaduemila.com

7 febbraio 2011