Memoria antimafia, intitolata a Guazzelli caserma di Villaseta

La caserma dei Carabinieri di Villaseta è stata intitolata al Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria, trucidato dalla Mafia ad Agrigento il 4 aprile 1992.

La cerimonia si è svolta nella mattinata di oggi. Schierato un  plotone in Grande Uniforme Speciale, in rappresentanza dei Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento, alla manifestazione sono intervenuti il Comandante della Legione Carabinieri “Sicilia”, Generale di Divisione Riccardo Amato ed Autorità civili, militari e religiose della provincia.

La lapide marmorea scoperta all’interno dell’atrio della caserma riporta la seguente scritta:

Sottufficiale di elevatissime qualità professionali, impegnato in delicate attività investigative in aree caratterizzate da alta incidenza del fenomeno mafioso, operava con eccezionale perizia, sereno sprezzo del pericolo ed incondizionata dedizione al dovere ed alle Istituzioni, fornendo costanti e determinanti contributi alla lotta contro la criminalità organizzata fino al supremo sacrificio della vita, stroncata da proditorio ed efferato agguato criminale. Eccelso esempio di preclare virtù civiche ed altissimo senso del dovere.

Il sottufficiale, era nato a Gallicano (LU) il 6.4.1934, ed era residente a Menfi (AG), coniugato con tre figli maggiorenni.

Arruolato il 16.11.1951 nell’Arma dei Carabinieri e dal 1954 in servizio in Sicilia, era responsabile della Sezione di Polizia Giudiziaria Carabinieri della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento.


IL DELITTO GUAZZELLI. Sono passati venti anni da quel tragico 4 aprile 1992, quando il sottufficiale dei Carabinieri, verso le ore 13,20 circa al volante della sua Fiat Ritmo faceva rientro a casa percorrendo il viadotto ‘Morandi’ che collega Agrigento con Porto Empedocle. Affiancato da alcuni killers a bordo di altra autovettura, dopo averlo sorpassato aprivano il fuoco alla sua direzione. Raggiunto da innumerevoli colpi decedeva sul colpo.

Il sottufficiale da sempre si era interessato di indagini complesse e situazioni di carattere mafioso, tanto da essere considerato la memoria storica per le conoscenze degli intrecci sulle cosche mafiose sia della provincia di Agrigento che di quelle limitrofe. Infatti aveva sempre dato eccellenti prove per capacità e versatilità nell’attività investigativa. Aveva collaborato con L’A.G. in indagini su agguerrite cosche mafiose operanti nell’agrigentino, per assicurarne alla giustizia i componenti, fornendo anche elementi indiziari in ordine a diversi omicidi.

In una circostanza (testimone un suo stretto collaboratore), trovandosi negli uffici del Comando Legione Carabinieri “Sicilia” e guardando i ritratti delle vittime dell’Arma per la lotta alla delinquenza mafiosa, aveva esclamato: “quanti amici ho tra questi uomini” riferendosi, tanto per citare qualche esempio, al Signor Generale Dalla Chiesa, al Signor Colonnello Russo, al Maresciallo Iavolella ed altri. Alla luce di quanto accaduto, tale esclamazione sembrava suonare come un terribile presentimento.

Del resto il notorio impegno del Maresciallo Guazzelli nella lotta alla mafia più “qualificata” (per usare un termine non certo degno dei suoi assassini), non poteva che esporlo a simili rappresaglie. E di questo egli era pienamente cosciente, anche se ciò non era mai servito a fargli abbassare la guardia, né lo aveva mai indotto ad usare particolari cautele per la salvaguardia della propria persona. Ciò non certo per spavalderia ma semplicemente per la serenità d’animo con cui aveva sempre svolto il proprio dovere, tanto da ritenere che l’onestà e la correttezza professionale, non disgiunte dalla grande dote di umanità che lo avevano sempre accompagnato nella vita, bastassero a porlo al riparo da certi rischi. Così non è stato, purtroppo.

Questa, pertanto, è stata l’ennesima conferma che la mafia non guarda in faccia nessuno.

Come si è detto, il Maresciallo Guazzelli era sempre stato impegnato in prima persona nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Egli, infatti, aveva prestato servizio nelle zone più “calde” della Sicilia quali: Castelvetrano, Palermo, Palma di Montechiaro ove aveva retto il Comando di Stazione e, per ultimo, ad Agrigento dove era stato comandante del Nucleo Operativo (ora Nucleo Investigativo, con sede nella caserma che gli viene intitolata) ed infine responsabile della Sezione di Polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Agrigento, con sede nel Palazzo di Giustizia del capoluogo di provincia.

Profondo conoscitore del fenomeno mafioso, egli era senza dubbio la memoria storica non soltanto in relazione alla zone ove aveva prestato servizio, poiché nel corso della sua penetrante attività investigativa aveva avuto modo di cogliere e focalizzare quei grandi e solidi legami che le varie consorterie mafiose hanno a livello nazionale ed internazionale.

Validissimo è determinante era stato il contributo che aveva dato soprattutto alla magistratura agrigentina per la celebrazione del cosiddetto maxi-processo alla mafia di questa provincia, nel quale erano stati imputati i mafiosi di maggior spicco dell’epoca. Non va poi dimenticato il suo incisivo e concreto impegno profuso nelle indagini riferite alla guerra di mafia degli anni ’90 che aveva insanguinato il popoloso centro di Palma di Montechiaro, durante le quali l’abilità investigativa del Maresciallo Guazzelli aveva consentito di far luce sui motivi scatenanti della “guerra” stessa e sui “personaggi” che l’avevano intrapresa, permettendo di avere chiaro quel quadro che poi si è tramutato in numerose informative inviate alla magistratura, dalle quali, com’è noto, erano scaturiti i provvedimenti preventivi previsti dalla Legge nei confronti dei mafiosi palmesi di maggior spicco.

E’ opportuno, altresì, ricordare che in occasione dell’omicidio del Giudice Antonino Saetta e di suo figlio Stefano l’acume investigativo del Maresciallo Guazzelli portò all’individuazione dei sospetti responsabili, tutti poi uccisi in agguati mafiosi. Come si ricorderà, infatti, nel rapporto redatto dal Nucleo Operativo Carabinieri di Agrigento (all’epoca degnamente comandato dal Maresciallo Guazzelli) e rimesso alla magistratura nissena, vennero segnalati in termini di grave sospetto il capo mafia di Canicattì (ritenuto il mandante, per rendere un favore agli assassini del Capitano dei Carabinieri Basile) il “braccio destro” di costui, nonché noti esponenti della criminalità organizzata palmese dell’epoca.

Nonostante fosse giunto alle porte della pensione (era in ausiliaria), costante era il suo generoso impegno nella lotta alla mafia ed è certamente per gran parte del suo merito se tanti altri suoi collaboratori riuscirono ad essere depositari di una valida memoria storica, che ha certamente portato un grosso contributo al prosieguo della lotta stessa.