Tartufi di Sicilia, i cani della Soat li trovano tra Eraclea e Bivona

Se c’è una cosa che unisce l’Italia dei buongustai, questo è il tartufo. Ma quello che in pochi sanno è che la unisce materialmente, percorrendo la Penisola con un invisibile quanto ricercato “rivolo” di quello che da più parti è definito “oro nero”.

Un settore, quello della tartuficoltura, che anche in Sicilia sta attirando la curiosità di quanti cominciano a intravedervi nuovi sbocchi imprenditoriali, così come una innegabile conseguente valorizzazione del territorio da cui proviene questo fungo che cresce come un tubero, sotto una terra con ph da neutro ad alcalino e di natura calcarea: da cui l’appellativo di ipogeo.

E diversi sono, in corso anche in queste settimane, le iniziative e i seminari che la Regione, attraverso i dipartimenti deputati e le rispettive Soat, organizzano per favorire la cultura del tartufo con annessi e connessi. Un alimento che potrebbe costituire uno dei motori propulsivi di un turismo enogastronomico in favore, come spiega il cercatore esperto Mario Prestifilippo, anche delle piccole aziende agricole, visto il crescente interesse di cercatori a fini commerciali provenienti dal nord Italia, e soprattutto dalla Toscana, spesso in compagnia di familiari.

Bene si innesta in quest’ottica il progetto “Sviluppo della tartuficoltura in Sicilia”: avviato nel 2004 dall’assessorato regionale Risorse Agricole e Alimentari, in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo allo scopo di verificare la presenza di nuove tartufaie naturali e di nuove specie. “Ha permesso di individuare ad oggi circa 20 aree boschive d’interesse ricadenti tra le province di Messina, Agrigento, Palermo, Trapani e Siracusa” ha aggiunto Prestifilippo, consulente esterno del progetto regionale, per la Sicilia occidentale, assieme a Santino Spata, esperto per quella orientale.

Risultato raggiunto anche grazie all’irrinunciabile apporto dei due cani da tartufo in gestione alle Soat di Cianciana e Troina, in provincia di Agrigento ed Enna. I dati della ricerca resi noti nei giorni scorsi sono inoppugnabili: “È risultato che il tartufo è presente in tutta la regione – ha confermato Prestifilippo – e inoltre si trova in diversi periodi, e fruttifica anche a pochi metri sul livello del mare”. Emblematici in questo caso sono i ritrovamenti del meno pregiato del “bianco d’Alba”, ma pur sempre tartufo, “tuber puberulum” o “bianchetto” effettuati nelle piccole aree boschive di Eraclea Minoa, nell’Agrigentino.

E poco distante, a Santo Stefano Quisquina, località che ospitò l’eremitaggio della “Santuzza”, incastonata nell’appena re istituito Parco dei Monti Sicani che racchiude in sé ben quattro riserve naturali con evidente ricchezza di flora e fauna, è stato impiantato uno dei sei campi sperimentali (gli altri sono due sui Nebrodi, due Palazzolo Acreide, due a Siracusa e uno sulle Madonie) che prevedono l’utilizzo di piante micorrizate con Tuber aestivum o “scorzone”, alberi con cui vivranno in simbiosi fino all’eventuale cavatura.

Qualità questa del “nero estivo” che, da maggio a fine agosto, ha regalato anche esemplari cresciuti spontaneamente fino ad un chilo: sul mercato il ricavo è di circa 120 euro al chilogrammo per ‘pezzature’ tra i 20 ed i 50 grammi, mentre più interessante si fa la cosa dai 50 ai 100 grammi, (qui si sfiorano i 200 euro al chilo), per non parlare di quelli che superando l’etto acquistano valore e vanno all’asta o nelle cucine di qualche ristorante.

Dall’odore più o meno intenso, non per tutte le tasche a seconda della qualità, ha un posto di primo piano già da diversi secoli, e lo si vede accostato, spesso in scaglie sottili, a uova, primi piatti o anche secondi, a cui conferisce un tocco da gourmet. Basti citare Rossini che lo definì “Il Mozart dei funghi” o Dumas per il quale era il “Sancta Sanctorum della tavola”. Il consiglio, per quanti volessero avvicinarsi al settore, è quello di informarsi anche attraverso le istituzioni per evitare truffe come quelle scongiurate a danno di imprenditori siciliani convinti da abili venditori del nord ad impiantare, su terreni assolutamente non idonei, tartufaie con costi delle piantine maggiorati di ben 5 volte e senza nessuna garanzia sulla loro reale micorrizazione, o ancora come quella subita da un ingenuo cavatore della Sicilia orientale che, i primi di quest’anno, ha venduto ad un commerciante Toscano diversi chili di tartufo nero “melanosporum”, tra i più pregiati, che gli è stato pagato come “nero moscato” con un prezzo di 7-8 volte inferiore.

Loredana Guida

Da: Giornale di Sicilia