VIDEO. Superstiti naufragio Lampedusa: “Somalo era nostro carceriere”

Vittime e carnefice insieme, a pochi metri di distanza, ‘ospiti’ dello stesso Centro d’accoglienza di Lampedusa. Da un lato, Elmi Mouhamud Muhidin, nato a Beledweyn, in Somalia 25 anni, e dall’altro il gruppo di profughi eritrei, sopravvissuti al terribile naufragio del 3 ottobre scorso, in cui morirono 366 migranti davanti alla costa di Lampedusa. Muhidin, arrestato all’alba di oggi dalla Squadra mobile di Palermo e di Agrigento, e’ accusato di reati gravissimi: dalla violenza sessuale al sequestro di persona a scopo di estorsione, dall’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento della immigrazione clandestina, fino alla tratta di persone.



Secondo gli inquirenti, il somalo, nel luglio scorso avrebbe rapito in mezzao al deserto un gruppo di eritrei, che poi sarebbero partiti a bordo della barca maledetta. La conferma arriva dalla viva voce di una delle superstiti, una ragazza eritrea di diciotto anni che da quest’uomo e’ stata violentata, insieme con altri somali e miliziani libici. L’uomo ha bloccato i circa 130 eritrei al confine tra Sudan e Libia e ccondotto, sotto la minaccia della armi, in una casa, quella che il procuratore aggiunto di Palermo Maurizio Scalia, che ocn il pm Geri Ferrara ha condotto l’indagine, chiama “campo di concentramento”. “E’ lui quello che era in possesso di tutte le chiavi di quella casa, comprese quelle degli armadi che custodivano le armi, inoltre mentre eravamo rinchiusi aveva la funzione di comandante di altri cinque soggetti anch’essi in possesso di armi da fuoco – racconta la ragazza ai poliziotti – Preciso che il somalo di cui parliamo ha contattato personalmente tutti i nostri familiari per la richiesta del riscatto, e che armato di pistola, ci ha minacciato più volte e ci ha fatto colpire con dei manganelli dai suoi uomini anche per motivi futili”. Secondo gli investigatori il somalo era un vero e proprio ‘carceriere’ degli eritrei in attesa di partire. Secondo gli inquirenti il gruppo di circa 130 migranti di nazionalità eritrea, intercettato nel deserto dal gruppo armato a capo del quale vi era proprio Muhidin “che ha bloccato il convoglio anche utilizzando un pick-up con una mitragliatrice installata sul tetto, e’ stato sequestrato e condotto con la forza e sotto la minaccia delle armi nel paese di Sheeba, in Libia, e la’ i migranti sono stati rinchiusi all’interno di una grande abitazione in attesa che i familiari pagassero il riscatto richiesto (3.300 dollari USA a testa) per poi proseguire il viaggio verso Tripoli e da li’ essere imbarcati clandestinamente per l’Italia”. Tutte gli eritrei ascoltati dai poliziotti, guidati dal capo della Mobile di Agrigento Corrado Empoli e dal capo della Mobile di Palermo, Maurizio Calvino, hanno descritto “dettagliatamente – come si legge nel fermo di polizia – le continue violenze fisiche e le torture che avevano subito, consistenti ad esempio nel colpirli nelle piante dei piedi con manganelli e scariche elettriche, nel soffocarli, nel malmenarli ripetutamente chiamandoli ”esseri inferiori” nonché gli stupri ripetuti cui erano state sottoposte le venti donne che viaggiano con loro, non solo da parte dell’indagato e degli altri componenti della banda, ma anche da parte di altri soggetti, in genere libici, ai quali le donne erano state ”offerte in dono” in occasione delle loro visite presso il luogo del sequestro”. I sopravvissuti hanno aggiunto che dopo un periodo di sequestro di circa due settimane, e solo dopo avere ricevuto il pagamento della somma di denaro di circa 3300 dollari per ognuno di loro, pagata o direttamente in contanti a degli incaricati di Muhamid, ovvero attraverso dei trasferimenti in denaro con money transfer su codici indicati dagli stessi sequestratori, da parte dei loro parenti in Eritrea, Sudan o Israele, gli stessi erano stati trasportati in Libia e da lì consegnati ad altri componenti di una organizzazione criminale, avente a capo tale Ermias per organizzare la traversata verso le coste italiane. Gli eritrei hanno poi raccontato che “una volta pagato il riscatto al gruppo facente capo al somalo – si legge nel fermo – e’ stato organizzato da questi il trasporto in Libia che era stato pianificato attraverso il cambio di numerosi mezzi di trasporto fino a Tripoli dove le persone venivano consegnate ad incaricati di tale Ermias. Da questi era stato organizzato un vero e proprio ”campo di raccolta” in una fattoria in campagna nella zona di Tripoli ove si trovavano anche fino a 600 persone alle quali venia richiesto il pagamento di ulteriori 1600 dollari a testa per la traversata dalla Libia alla Sicilia”. Una volta intervenuto il pagamento passava circa un mese, in cui le persone erano tenute in questo ”campo” dando loro solo pane ed acqua due volte al giorno, per effettuare l’organizzazione della traversata. “Tutti i cittadini Eritrei – si legge nel fermo del pm – hanno riconosciuto inequivocabilmente e senza contraddizioni, attraverso l’esibizione di un album appositamente compilato che costituisce parte integrante dei verbali delle dichiarazioni rese, l’indagato quale uno degli autori dei fatti criminosi narrati, ed anzi come uno dei capi del predetto gruppo criminale”. (Adnkronos)