Beni confiscati nell’Agrigentino, il “tesoro” tolto ai boss abbandonato dai comuni

Restano in gran parte inutilizzati i beni confiscati alla mafia nell’Agrigentino, mentre sono soltanto sei i comuni che aderiscono al Consorzio agrigentino legalità e sviluppo che ha già riqualificato diversi immobili. Nonostante lo “sconto” del 50% sulla quota di adesione (che prima era di diecimila euro) sono ancora pochi i comuni che consegnano i beni, che gli sono stati affidati dall’Agenzia del Demanio, al Consorzio di cui attualmente fanno parte solo Agrigento, Siculiana, Naro, Favara, Canicattì e Palma di Montechiaro. Per questo il presidente del cda, Maria Grazia Brandara, propone all’assemblea dei sindaci del Consorzio, guidata dal presidente Rosario Manganella, una ulteriore riduzione della quota d’adesione che potrebbe così arrivare 2500 euro “per consentire l’ingresso a nuovi comuni e avviare nuove progettazioni”. “Discuteremo la proposta in settimana, diversi comuni, come per esempio Aragona, Castrofilippo e Casteltermini hanno già manifestato la volontà d’adesione”, spiega il presidente dell’assemblea Manganella. “Intanto il Demanio ha consegnato a Favara – informa il primo cittadino favarese – altri due beni confiscati: un’abitazione nel centro urbano e un terreno. Faremo a breve un sopralluogo per capire se ci sono le condizioni per poterli riutilizzare.


Gli immobili confiscati alla mafia – aggiunge – potrebbero anche essere utilizzati in collaborazione con la prefettura per accogliere i rifugiati e i richiedenti asilo politico”. Su 207 beni confiscati in provincia solo una ventina sono stati riqualificati e utilizzati o è comunque previsto il loro utilizzo. Altri sono rimasti in balia di ladri e vandali e in alcuni casi, forse, in mano agli stessi proprietari. Canicattì, con 51 immobili assegnati dal demanio, è in testa alla classifica dei beni confiscati nell’Agrigentino. Al secondo posto, con 17 beni, c’è Cattolica Eraclea; seguono con 16 immobili tra case e terreni Agrigento e Naro; Favara e Aragona (13 beni a testa); Licata (12); Ravausa(8); Palma di Montechiaro, Ribera e Sant’Angelo Muxaro (7); Grotte (6); Sciacca (5); Porto Empedocle, Campobello di Licata e Racalmuto (4 ciascuno); Siculiana e Joppolo Giancaxio (3 beni ciascuno). Poi ci sono con due beni a testa i comuni di Casteltermini, San Biagio Platani, Santa Elisabetta, Santo Stefano di Quisquina. Un solo bene confiscato nei comuni di Camastra, Cianciana, Raffadali. Mentre le aziende confiscate in provincia sono trentuno. Intanto per il centro ambiente e legalità realizzato a Siculiana il Wwf “contesta l’avvio del procedimento di revoca della gestione avviato dal Consorzio legalità e sviluppo perché mancano i presupposti di legge”. Il procedimento era legato alle polemiche scaturite dalla storia del giovane volontario del Wwf figlio del presunto boss a cui era stato confiscato l’immobile. “Il cda – fa sapere la Brandara – valuterà le controdeduzioni e poi assumerà una decisione”.