“Provenzano al 41 bis e Cuffaro in carcere, calpestati valori di civiltà”: parla Peppe Arnone



Tenere il boss Bernardo Provenzano al 41 bis “calpesta valori di civiltà”, così come è “contrario allo stato di diritto” non aver scarcerato l’ex presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro per affidarlo in prova ai servizi sociali. Almeno così la pensa l’avvocato agrigentino Giuseppe Arnone, ambientalista ed ex consigliere comunale della città dei templi che oggi ha scritto una lettera aperta a Cuffaro attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia dopo una condanna a 7 anni per favoreggiamento all’organizzazione mafiosa.
Ecco il testo della lettera a firma di Giuseppe Arnone: “Caro Totò, ho pensato nella giornata di Natale di inviarti alcune mie pubbliche considerazioni con le quali intendo prendere le distanze da uomini dello stato che non rappresentano i miei valori, quei valori che stanno alla base del mio impegno per la legalità e contro la mafia in Sicilia nell’ultimo quarto di secolo, impegno che condivido con la parte migliore della nostra Terra.
La tua vicenda va messa assieme, a mio parere, a quella che riguarda Bernardo Provenzano ed il suo ingiustificabile ed intollerabile, nella sua situazione sanitaria attuale ed irreversibile, stato di detenzione.
La mafia si batte con lo stato di diritto, con il rispetto delle regole, a coloro che hanno ucciso il piccolo Di Matteo calpestando ogni sentimento di umanità, si risponde applicando le regole garantiste e cariche di umanità previste dalla nostra Costituzione.


Caro Totò, tu mi conosci abbastanza bene, nel mio impegno in politica e da scrittore, ti ho aspramente attaccato quando pensavo meritassi le più dure scudisciate metaforiche, come altrettanto liberamente e pubblicamente ho apprezzato le tue scelte, come quelle di condannato e detenuto (ma non solo), che meritavano e meritano di essere positivamente sottolineate.
Conosco la tua dolorosissima situazione familiare e ritengo che tu e la tua famiglia state subendo una vera e propria ingiustizia: mi pare che vi fossero tutte le condizioni perché tu potessi scontare la tua pena servendo nelle comunità che avevi scelto, i poveri ed i sofferenti, e mi pare che fior di organi istituzionali e giurisdizionali avevano espresso la mia stessa opinione. Quando ho appreso che il Procuratore Generale Scarpinato aveva espresso la mia stessa opinione in ordine al beneficio di trascorrere i tuoi prossimi anni assieme alla tua famiglia e appunto al servizio di disabili o della comunità di Don Biagio Conte, ho pensato che lo stato stava fornendo al cittadino detenuto Salvatore Cuffaro e all’intera opinione pubblica una grande lezione di civiltà.
Poi la decisione che conosciamo, che ribalta e contraddice tutte le determinazioni positive per la tua istanza espresse dagli altri organi. Ma la tua vicenda se pur criticabile, non mi turba e non mi indigna quanto quella che riguarda colui che era una volta il grande boss, il terribile boss Bernardo Provenzano.
E prima di esprimere quest’altro mio pensiero, voglio rimarcare che oggi un pezzo della mia vita è raccontata dai pentiti di mafia, tra qualche settimana si aprirà un processo che mi vede parte civile : fu Cosa Nostra ai massimi livelli alla provincia di Agrigento a mortificare la volontà degli agrigentini che mi volevano sindaco della mia città. Sono oggettivamente uno dei pochissimi politici, la cui storia è raccontata in termini encomiabili dai pentiti di mafia, che non ha incrementato il suo reddito grazie all’impegno antimafia. E forse è perché non sono in alcun modo ascrivibile tra i cosiddetti professionisti dell’antimafia che mi sento autorizzato a criticare chi, in nome e conto dell’impegno antimafia del nostro stato, calpesta valori di civiltà, come nel caso di Provenzano.
Anzi sarebbe doveroso aprire una discussione franca ed anche urticante, l’esatto opposto dei troppi indecenti silenzi che accompagnano le immagini di un uomo gravemente malato, che non rappresenta neanche l’ombra del potentissimo boss che era, di un uomo che oggi costituisce soltanto una persona nell’ultima fase della sua vita da assistere e curare con umana pietas, che viene mantenuto al carcere duro.
Non penso proprio che quando Giovanni Falcone pensava al regime carcerario del 41bis immaginava di collocare in tale regime persone affette dalla evidente e gravissima malattia di cui soffre Bernardo Provenzano.
La collettività italiana non ha più nulla da temere da Bernardo Provenzano, né vi è nulla più da rieducare né alcuna emenda da ottenere: è solo un uomo gravissimamente malato che ha perso pure l’utilizzo delle facoltà intellettive.
Allora a che serve impedire ai suoi familiari di curarlo, a che serve manifestare nell’interesse della collettività italiana da parte degli organi dello stato che si sono occupati di questo malato cotanta arrogante protervia?
Concludo: io credo che chi ha scelto liberamente di esporsi in Sicilia combattendo la prepotenza mafiosa, esponendosi e rischiando di persona, e tenendosi pure lontano dalle deteriori logiche dei professionisti dell’antimafia, chieda al nostro Stato, alla Repubblica Italiana il pieno rispetto delle regole della Costituzione. E tale pieno rispetto significa non pretendere, nel caso di Totò Cuffaro che sia costretto a raccontare ciò che vuol mantenere segreto per sé, e soprattutto consentire ad un cittadino italiano, se pur colpevole di colpe orrende, di avere le cure dei suoi familiari come tutti gli altri detenuti di questo paese che hanno appunto diritto anche nei loro confronti, anche a loro beneficio, all’osservanza da parte di tutti delle garanzie della Costituzione.
Caro Totò ti auguro comunque un buon Natale, e mi auguro, per i miei valori democratici ed antimafiosi che si apra una riflessione soprattutto sulla vicenda simbolo che oggi quella della detenzione col 41bis di Bernardo Provenzano”.