Stato-mafia, interrogato Napolitano: “Non ho nulla da aggiungere”

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Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana uomini di giustizia sono saliti al Quirinale per interrogare la massima carica dello Stato. La corte d’Assise di Palermo per tre ore ha ascoltato oggi, come testimone dei fatti, nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Rigide regole di ingresso dettate dal Colle: dalle 9,15 alle 9,40, per una quarantina di persone, tra togati, avvocati e strettissimi collaboratori e addetti di fiducia alla registrazione della deposizione. Niente cellulari, pc e computer. Il tutto nella splendida sala del Bronzino, la stessa che ha accolto capi di governo come Barack Obama. Tre ore, tante domande e soprattutto da parte di Napolitano risposte “su tutto” anche quando poteva usare l’arma della riservatezza, mosso dal solo scopo di “ricercare la verità ” e col fine ultimo di “evitare di ripetere nuovamente in altra occasione questo evento”.

Un evento unico ma off limits per la stampa. Una decisione che ha suscitato non poche polemiche, una decisione comunque che trova ragion d’essere nello stesso codice di Procedura penale, articolo 502, che prevede per la deposizione a domicilio “l’assenza del pubblico”. Insomma Napolitano ha scelto che casa propria, perché questo è il Quirinale per il presidente della Repubblica, non diventasse il palcoscenico di un evento mediatico unico nella storia. Niente cronaca live dell’udienza, per evitare interpretazioni, ma lettura degli atti. Immediata infatti la consegna, ha scritto la presidenza della Repubblica a fine giornata, delle registrazioni, con l’auspicio che la Corte “assicuri al più presto la trascrizione” affinché “sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all’opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità”.

Napolitano, come hanno riferito gli stessi avvocati degli imputati del processo, non si è sottratto a due ore di domande del pm e all’interrogatorio del legale di Totò Riina, Luca Cianferoni, quando avrebbe potuto ribadire quanto scritto nella lettera del 21 ottobre 2013 e liquidare tutti con un “non ho nulla da aggiungere”. Anzi, ha spesso usato l’ironia quando si cercava di scavare in dettagli appartenenti a un lontano passato. Proprio al pm Di Matteo Napolitano ha fatto notare, quando si parlava di una nota a firma di Gianni De Gennaro “ci stiamo allontanando di molti chilometri dall’alveo originale della mia testimonianza e si presume che abbia una memoria da fare invidia a Pico della Mirandola”. O quando allo stesso Di Matteo il capo dello Stato ha fatto notare con un rigoroso “si sbaglia” che all’epoca delle stragi Loris D’Ambrosio era al fianco di Giovanni Falcone e non suo consigliere giuridico. Non si è risparmiato il presidente, forse nella prova più importante della sua carriera politica e anche in questa occasione non ha mancato di ripetere che “chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura o farsi intimidire”, neanche dalla mafia, anche quando si è testimoni e non imputati di un processo. (LaPresse)