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“Non c’è giorno che non pensi a lui e a quando potrà finalmente riabbracciare la sua mamma”. E’ con grande emozione che l’ispettore Maria Volpe, dell’Ufficio Minori della questura di Agrigento, che si occupa anche della sistemazione dei migranti minori, racconta la storia di Giulio, un ometto eritreo di due anni, separato dalla mamma, tra i profughi di Lampedusa.

Fra le vicende umane dietro alle centinaia di sbarchi di migranti sulle coste siciliane, c’è la storia del piccolo Giulio e della sua mamma, costretta ad imbarcarsi, circa un mese fa, su un gommone, anche se gravemente ferita al volto e all’addome dall’esplosione di una bombola a gas nell’accampamento in Libia dove viveva insieme al suo bimbo, poche ore prima della partenza. Un viaggio della speranza che deve essere stato un doppio inferno per via di quelle gravissime ustioni, che hanno indotto i soccorritori a trasferirla con la massima urgenza all’Ospedale civico di Palermo salvarle la vita. Ma lei è incosciente e non può dire che ha con sé a bordo un figlio di due anni e che ora è solo. E il bimbo sbarca in braccio a un altro migrante, che avvisa subito di non essere il padre e che la madre è quella donna molto malata che è stata portata via. Nessuno conosce il nome del piccolo, né la sua data di nascita e in ogni caso per lui non c’è alternativa: deve intanto andare nel centro di accoglienza dell’isola di Lampedusa.

E’ qui che il piccolo diventa per tutti Giulio, anche per il poliziotto e il carabiniere con i quali si diverte a tirare calci ad un pallone, e per l’operatrice di Save the Children che appena può lo coccola, stringendolo tra le braccia. Ma si sa, i bimbi hanno una forza interiore che noi adulti spesso neanche immaginiamo e Giulio diventa il figlio di tutti, correndo e giocando pieno di vita, salvo fermarsi ogni tanto per chiedere “Mam?”. Non parla la nostra lingua, ma a gesti si fa capire benissimo, è un bimbo vivace e intelligente e impara subito due parole “Palermo mamma” perché questo è quello che gli hanno detto e che lui ha capito. Mamma è in un posto chiamato Palermo.

Così quando arriva l’Ispettore Maria Volpe dell’Ufficio Minori della questura di Agrigento, appena gli sussurra la parola “Palermo”, lui le prende la mano e tranquillo si imbarca sull’aereo, stringendo però sotto braccio il pallone che lei gli ha regalato per rompere il ghiaccio. E la mamma intanto? La donna eritrea nel frattempo è riuscita a trovare la forza di parlare e chiede del figlio. Ha il terrore che gli sia successo il peggio e invece i medici la tranquillizzano e le dicono che sta arrivando, ma che con tutte le bende è meglio che il piccolo ora non la veda, invece lei potrà farlo attraverso una vetrata. I medici contano sul suo amore di madre per far trovare al corpo la forza di lottare. E così accade. Dopo la visita in ospedale Giulio, che non si è accorto di nulla, viene affidato alla responsabile della nuova struttura che si occuperà di lui a Palermo in attesa dell’arrivo della madre, che sarà anche lei ospitata lì. Faticosamente sta guarendo.Tutto è bene quel che finisce bene!

“Quel pomeriggio – racconta l’ispettore Maria Volpe sulle pagine Facebook della Polizia di Stato – i nostri occhi si sono incrociati e la simpatia è nata spontanea tra noi. Ho ricevuto decine di richieste di affido per lui, anche dal poliziotto e dal carabiniere del centro di Lampedusa perché è un bambino che ti ruba il cuore. Io stessa non ce l’ho fatta a vederlo quando è andato via dall’ospedale, sono uscita fuori con la scusa di una sigaretta e la notte non sono riuscita a prendere sonno. Ora non c’è un singolo giorno in cui non pensi a lui e a quando potrà finalmente riabbracciare la mamma”.

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