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Ci sono voluti oltre dieci anni di ricerca archeologica per restituire agli amanti della cultura la catacomba paleocristiana di Villagrazia di Carini. Mancano solo gli ultimi dettagli e poi, mercoledì 27 maggio, ci sarà l’apertura al pubblico di un sito di enorme pregio che nel corso degli anni era stato abbandonato e persino adibito a discarica.

Tutto ciò è stato possibile grazie al lavoro di ArcheOfficina, cooperativa gestita da tre giovani archeologi siciliani – Michele Mazza, Daniela Raia e Antonio Marco Correra – che in poco più di tre settimane hanno fatto registrare un record di visite (oltre quattrocento) in un altro sito da loro gestito dopo un lungo lavoro di recupero, la catacomba paleocristiana di Palermo Porta d’Ossuna. Anche il sito di Villagrazia debutterà con grandi numeri: il giorno successivo all’inaugurazione arriveranno una novantina di ragazzi delle scuole medie di Carini. L’opera è stata in parte finanziata dall’arcidiocesi di Monreale, le ricerche della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sono state effettuate in collaborazione con la Cattedra di Archeologia Cristiana di Palermo.

All’inaugurazione, mercoledì prossimo, interverranno fra gli altri Giovanni Carrù, segretario della Pontificia commissione di Archeologia Sacra; Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale; Roberto La Galla, rettore dell’Università di Palermo, Maria Elena Volpes, soprintendente di Palermo, e Giuseppe Agrusa, sindaco di Carini.

Alcuni cenni sul sito. Si visitano 3.500 metri quadri di superficie scavata, per una delle più importanti testimonianze della presenza del cristianesimo nella Sicilia tardo romana e bizantina. All’interno della catacomba si sviluppano gallerie con arcosoli e cubicoli, le cui tombe sono spesso impreziosite da affreschi di ispirazione biblica e da iscrizioni.

Le origini. Dell’esistenza della catacomba di Villagrazia di Carini si sa fin dal 1899, quando il barone Starrabba, in occasione dei lavori per la realizzazione di un acquedotto, si imbatté nel sito dell’antico cimitero, poco a Nord-Est della contrada S. Nicola. L’allora direttore del Museo di Palermo e Soprintendente alle Antichità, Antonino Salinas, riconobbe nei vani ipogei appena scoperti parti di un cimitero paleocristiano e diede inizio alle prime esplorazioni archeologiche a nord della strada statale 113.

La catacomba si estendeva anche a sud della strada, ed era stata tagliata in due da una cava. L’importanza storica di questo cimitero paleocristiano era chiara fin dall’inizio: il primo archeologo che vi lavorò mise la catacomba in relazione con il mosaico rinvenuto in contrada San Nicola, appartenente verosimilmente a una domus tardoromana.

Dopo l’intervento di Salinas, la catacomba cadde nell’oblio e le gallerie già scoperte vennero riutilizzate nei modi più svariati: stalle, rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale, fungaia e da ultimo discarica. Inoltre le gallerie nel tempo si riempirono quasi completamente di detriti alluvionali. Un degrado totale. Fino al 2000, quando è intervenuta la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che ha avviato ricerche archeologiche in collaborazione con la sezione archeologica del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Palermo, con il Comune di Carini e con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo.

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