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Per anni abbandonata e trasformata persino in discarica: adesso, dopo quindici anni di studi e una sinergia fra pubblico e privato, la catacomba paleocristiana di Villagrazia di Carini è aperta al pubblico e in pochi giorni ha già fatto registrare un record di pubblico e visitatori.

E’ l’ultima scommessa vinta da ArcheOfficina, cooperativa gestita da tre giovani archeologi siciliani – Michele Mazza, Daniela Raia e Antonio Marco Correra – già protagonista del rilancio di un altro sito di grande pregio della provincia di Palermo, la catacomba paleocristiana di Palermo Porta d’Ossuna. L’opera è stata in parte finanziata dall’arcidiocesi di Monreale, le ricerche della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sono state effettuate in collaborazione con la Cattedra di Archeologia Cristiana di Palermo.

All’inaugurazione, sono intervenuti fra gli altri Giovanni Carrù, segretario della Pontificia commissione di Archeologia Sacra; Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale; Roberto La Galla, rettore dell’Università di Palermo, Maria Elena Volpes, soprintendente di Palermo, e Giuseppe Agrusa, sindaco di Carini.

“Qui era tutto abbandonato, – ha detto monsignor Carrù – sono quasi vent’anni che lavorano. Per la Diocesi e la Sicilia le catacombe sono molto importanti perché rivelano le prime comunità cristiane, come vivevano, come erano organizzate, attraverso i pezzi lapìdei, qualche affresco, gli arcosòli”.

Carrù sottolinea che “colpisce tutto, si vede proprio che questi primi cristiani ci tenevano molto a stare qui attorno ai loro martiri e a pregare. Sono catacombe che parlano. Mi piace definirlo un silenzio assordante: al di là del fatto di essere credenti o non credenti, il senso del mistero lo provano tutti. Dentro le catacombe questo senso del mistero uno lo sente nel cuore, poi ognuno – conclude il presule – dà le sue risposte”.

Alcuni cenni sul sito. Si visitano 3.500 metri quadri di superficie scavata, per una delle più importanti testimonianze della presenza del cristianesimo nella Sicilia tardo romana e bizantina. All’interno della catacomba si sviluppano gallerie con arcosoli e cubicoli, le cui tombe sono spesso impreziosite da affreschi di ispirazione biblica e da iscrizioni.

Le origini. Dell’esistenza della catacomba di Villagrazia di Carini si sa fin dal 1899, quando il barone Starrabba, in occasione dei lavori per la realizzazione di un acquedotto, si imbatté nel sito dell’antico cimitero, poco a Nord-Est della contrada S. Nicola. L’allora direttore del Museo di Palermo e Soprintendente alle Antichità, Antonino Salinas, riconobbe nei vani ipogei appena scoperti parti di un cimitero paleocristiano e diede inizio alle prime esplorazioni archeologiche a nord della strada statale 113.

La catacomba si estendeva anche a sud della strada, ed era stata tagliata in due da una cava. L’importanza storica di questo cimitero paleocristiano era chiara fin dall’inizio: il primo archeologo che vi lavorò mise la catacomba in relazione con il mosaico rinvenuto in contrada San Nicola, appartenente verosimilmente a una domus tardoromana.

Dopo l’intervento di Salinas, la catacomba cadde nell’oblio e le gallerie già scoperte vennero riutilizzate nei modi più svariati: stalle, rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale, fungaia e da ultimo discarica. Inoltre le gallerie nel tempo si riempirono quasi completamente di detriti alluvionali. Un degrado totale. Fino al 2000, quando è intervenuta la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che ha avviato ricerche archeologiche in collaborazione con la sezione archeologica del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Palermo, con il Comune di Carini e con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo.

In basso le foto dell’inaugurazione.

 

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