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Il giudice Salvatore Di Vitale nei giorni scorsi è diventato il nuovo presidente del tribunale di Palermo: il processo a carico di Antonino Baio, il costruttore favarese di 75 anni, condannato in primo grado a 30 anni di reclusione per l’omicidio, da lui stesso confessato, di Calogero Palumbo Piccionello, ucciso il 28 novembre del 2012, si azzera. La Corte di assise di appello davanti alla quale si stava celebrando il processo è stata cambiata con la conseguenza che c’è stato un azzeramento che ripropone una questione centrale: la difesa, infatti, proverà a giocarsi nuovamente la carta dell’infermità mentale. “Il quadro probatorio – hanno sostenuto gli avvocati Giovanni Castronovo e Antonino Mormino, difensori dell’imputato tornato libero da tempo per scadenza dei termini – nella sentenza di primo grado non è stato esaminato compiutamente ed è indispensabile un accertamento di natura psichiatrica visto che, peraltro, la consulenza della difesa e la perizia disposta in primo grado dal giudice nonostante il rito abbreviato arrivano a conseguenze diametralmente opposte. Di conseguenza – hanno insistito i difensori di Baio – occorre fare chiarezza su questo aspetto”. La Corte di assise di appello aveva rigettato la prima richiesta. Il processo, però, di fatto è ripartito da capo. Ora i nuovi giudici potranno anche arrivare a una conclusione diversa.

Si torna in aula il 30 giugno. La Corte di assise di appello, adesso presieduta da Antonella Pappalardo, dovrà pronunciarsi sulla richiesta della difesa. La riserva potrebbe essere sciolta anche in un secondo momento, dopo la requisitoria del pg e le arringhe di parte civile e difesa. Il tema principale del processo, dopo una dettagliata confessione che comunque non aveva convinto da subito gli inquirenti, sarà ancora una volta la capacità di intendere e volere dell’imputato.

Baio pochi minuti dopo avere esploso i corpi di arma da fuoco all’indirizzo di Palumbo Piccionello, ha confessato il delitto avvenuto per strada in via Napoli, centro storico di Favara. L’anziano è andato dai carabinieri, ha consegnato l’arma e ha indicato il luogo dove c’era il cadavere. Il movente, secondo quanto riferito al gip Luisa Turco durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto, sarebbe legato a una lettera anonima giunta nel 2009 in Prefettura che etichettava Palumbo Piccionello come un usuraio. L’imprenditore aveva accusato Baio di essere l’autore e il contrasto, prolungato nel tempo e dettato dal fatto che l’imputato si sarebbe sentito trattato come “un infame”, sarebbe sfociato nell’omicidio.

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