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Non avrebbe mai immaginato Giuliano Guazzelli, un maresciallo dei carabinieri ucciso dalla mafia nel 1992 ad Agrigento, dove indagava sulla partecipazione dell’on. Calogero Mannino al matrimonio del figlio del boss Gerlando Caruana, che più di vent’anni dopo la sua meticolosità avrebbe aiutato altri colleghi a mettere le mani su un prezioso dipinto attribuito a Francisco Goya, scovato dai militari del Nucleo Tutela patrimonio culturale (Tpc) di Ancona nel caveau di una banca in Lussemburgo e confiscato.

L’incredibile storia di questo quadro esportato illecitamente all’estero l’hanno raccontata in una conferenza stampa, come fosse un ‘art thriller’, il capitano dei carabinieri del nucleo Tpc di Ancona Carmelo Grasso e il colonnello Luigi Cortellessa, vice comandante. “Un’opera d’arte che viene rubata o esportata diventa come un latitante, e come tutti i latitanti da qualche parte deve stare. L’unica differenza e’ che gli esseri umani prima o poi muoiono, mentre le opere d’arte sono immortali”, dice Cortellessa. Il dipinto sequestrato, un olio su tela di 100 cm per 138, raffigurante un nobile della Corte borbonica con la croce dei Cavalieri di Malta al collo, è doppiamente ‘latitante’, perché fa parte di una serie di 16 ritratti di gentiluomini commissionati dalla famiglia reale, 14 dei quali con ubicazione certa, mentre del quadro recuperato e del 16/o si erano perse le tracce. Per questo, secondo alcuni esperti, potrebbe valere fino a 15 milioni di euro.

La storia, e quindi le indagini, comincia quando ai carabinieri si presenta un imprenditore della Vallesina molto noto, 58 anni, amministratore delegato di una società con sede a San Marino. L’uomo vuole verificare attraverso la Banca dati del Nucleo se il quadro è ‘pulito’, che non sia, cioè, rubato. Dice che lo ha ereditato dal padre e che e’ stato sempre all’estero. Lo scopo del suo accertamento è in realtà quello di vendere il dipinto a una cifra superiore rispetto a quella versata dalla sua società alla proprietaria, un’anziana signora di Ravenna: 1 milione di euro.

Un altro maresciallo con il ‘fiuto’ giusto, però, non si accontenta di fare il passacarte e decide di ripercorrere a ritroso la vita della tela. Si scopre così che nel 1998 l’opera era stata sequestrata a Roma a un cardinale, incaricato del restauro e dell’expertise, perché finita in un’inchiesta della Procura di Sciacca (Agrigento) sull’omicidio di tale Accursio Li Bassi, considerato contiguo a Cosa nostra. Si scopre anche che l’imprenditore marchigiano, nel 1988, con l’intermediazione di alcuni mafiosi dell’Agrigentino con cui era finito in carcere, aveva cercato di vendere l’opera a Natale L’Ala, capo dell’omonima famiglia mafiosa di Campobello di Mazzara (Trapani), facente capo alla cosca di Gaetano Badalamenti e ucciso nel 1990.

E qui rientra in ballo il maresciallo Guazzelli ucciso quando era alle soglie della pensione: sono suoi gli atti di polizia giudiziaria che attestano questo passaggio, dato che nell’auto di L’Ala era stato trovato del materiale relativo al dipinto. Atti fondamentali non tanto per stabilire legami con le inchieste di mafia, cui il quadro del maestro spagnolo e’ estraneo, ma per avere la certezza che era stato effettivamente in Italia e che non poteva quindi essere esportato. Il reato è prescritto, fa notare il procuratore di Ancona facente funzioni Irene Bilotta, ma ora l’opera, commenta orgogliosamente Grasso, “e’ di ciascuno di noi”. Il dipinto e’ stato affidato alla Sovrintendenza delle Marche. Poi sarà il Mibact a decidere come e dove esporlo. (ANSA)