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“Non ho mai conosciuto personalmente Gerlandino Messina, ricordo però che Giuseppe Falsone mi disse che si interessò dei lavori di costruzione della condotta Favara di Burgio”. Il pentito Giuseppe Sardino, collegato in video conferenza da un sito riservato, ha parlato degli affari dell’ultimo capo di Cosa Nostra provinciale. Il processo è quello che scaturisce dall’arresto di Messina, scattato il 23 ottobre del 2010 a Favara. L’esame dei pizzini trovati nel suo ultimo covo, oltre a fare emergere il presunto ruolo mafioso della sorella Anna (condannata a 6 anni nello stralcio abbreviato dell’inchiesta), avrebbe confermato il ruolo pienamente operativo del boss durante la latitanza. L’accusa di cui deve rispondere è di associazione mafiosa nel periodo compreso fra l’ultima condanna (operazione Akragas 1999) e l’arresto.

Ieri mattina è stato ascoltato Sardino, collaboratore di giustizia di Naro, che per un ampio periodo, “pur non essendo formalmente affiliato, – ha precisato – ma un semplice avvicinato”, è stato il braccio destro del boss Giuseppe Falsone di cui Messina era il vice. “Falsone – ha detto il pentito facendo una premessa sugli equilibri di Cosa Nostra nel periodo che precede il suo arresto nel 2008 – voleva riorganizzare le famiglie mafiose di Agrigento in quattro mandamenti”.

Poi parla dei rapporti fra Falsone e quello che era il suo vice. “Non l’ho mai incontrato personalmente e non so di preciso di cosa si occupasse. Ricordo però in una circostanza che Giuseppe Falsone mi disse che Gerlandino Messina aveva degli interessi sui lavori di realizzazione dell’acquedotto Favara di Burgio. Cosa concretamente chiese a Falsone? Voleva – ha risposto Sardino – che facesse lavorare alcune persone a lui vicine”. Qualche contrasto, durante il controesame della difesa, fra l’avvocato Salvatore Pennica, legale del boss, e il pm Rita Fulantelli.

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