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Una condanna e un’assoluzione per due imprenditori ritenuti dalla Dda organici a Cosa Nostra. Ieri pomeriggio, al termine di un processo particolarmente complesso nonostante la scelta difensiva del giudizio abbreviato, il gup di Palermo Marina Pitruzzella ha emesso la sentenza. Quattro anni di reclusione sono stati inflitti a Diego Gioia, 30 anni; assoluzione per Antonio Di Gioia di cinque anni più grande. L’accusa, ipotizzata per entrambi dal pubblico ministero Giuseppe Fici che aveva chiesto otto anni di reclusione ciascuno, è di associazione mafiosa. I due imprenditori canicattinesi erano accusati di avere curato la trasmissione di comunicazioni e pizzini fra i vertici di Cosa Nostra agrigentina e quelli palermitani.

Gli imputati non sono stati raggiunti da nessuna misura cautelare. Il loro processo scaturisce dagli sviluppi di due inchieste (denominate Gotha e Camaleonte) che hanno portato a decine di arresti e condanne di affiliati mafiosi e boss delle province di Agrigento, Palermo e Trapani. Secondo la Dda i due imputati, titolari di due ditte che operano nel campo dell’edilizia, dal 2004 al 2007 sarebbero stati a disposizione della famiglia mafiosa di Canicattì tanto da diventare un punto di riferimento del boss Giuseppe Falsone, responsabile provinciale di Cosa Nostra agrigentina fino alla cattura, avvenuta a Marsiglia esattamente cinque anni fa. I due canicattinesi avrebbero veicolato comunicazioni fra lo stesso Falsone, gli esponenti della famiglia di Canicattì e personaggi di spicco della mafia palermitana fra i quali Bernando Provenzano, Antonino Rotolo e Carmelo Cancemi.

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