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Palazzo di giustizia di Palermo

Due giorni in carcere ingiustamente con l’accusa di avere commesso un’estorsione insieme al capomandamento Francesco Ribisi e al suo braccio destro Giovanni Tarallo. Per quelle quarantotto ore trascorse in cella, quando scattò l’operazione antimafia “Nuova Cupola”, l’imprenditore edile Vincenzo Cipolla, 53 anni, di San Biagio Platani, ha ottenuto il risarcimento di 6.000 euro. L’ordinanza è stata emessa dai giudici della quinta sezione penale della Corte di appello di Palermo presieduta da Antonio Caputo ai quali si era rivolto il difensore dell’imprenditore, l’avvocato Giovanni Castronovo. Cipolla era nella lista dei fermati la notte fra il 25 e il 26 maggio di tre anni fa. La Direzione distrettuale antimafia gli contestava di avere compiuto un’estorsione insieme ai due personaggi di maggiore spicco dell’inchiesta, vale a dire Ribisi e Tarallo, indicati come gli uomini che avrebbero dovuto mettere in piedi un nuovo mandamento puntando in maniera particolare sull’attività estorsiva come fonte dei finanziamenti. Il clan mafioso, secondo l’ipotesi iniziale degli inquirenti, sarebbe riuscito a imporre il pagamento di una percentuale del 2,5 per cento (l’importo complessivo era di circa 700mila euro) a un’associazione di imprese, la “Platani srl”, che stava ristrutturando il campo sportivo di San Biagio Platani.

In realtà l’ipotesi accusatoria, almeno nei confronti di Cipolla, si presentò da subito particolarmente scricchiolante. Il gip, chiamato a pronunciarsi sulla convalida dei cinquantaquattro provvedimenti di fermo disposti dalla Procura, ritenne che non ci siano sufficienti elementi indiziari e lo rimise in libertà. Cipolla, come la maggior parte degli imputati, fra cui gli stessi Ribisi e Tarallo, sceglie il giudizio abbreviato e si fa quindi processare “allo stato degli atti”, vale a dire sugli elementi emersi nella fase delle indagini preliminari e senza altre prove. Cipolla viene assolto “per non avere commesso il fatto” e la sentenza diventa definitiva dopo il primo grado di giudizio perché né la Dda, né la procura generale ritengono di doverla impugnare.

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