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Mafioso e massone fin dalla giovane età. Aveva bruciato le tappe grazie al cognome “pesante” in campo criminale e fin da ragazzino “andava a cercare le imprese e dava protezione al latitante Maurizio Di Gati”. I giudici della seconda sezione penale motivano così la condanna a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa inflitta al ventinovenne favarese Carmelo Vetro, personaggio principale dello stralcio ordinario del processo “Nuova Cupola”. Il collegio presieduto da Luisa Turco, con a latere Francesco Paolo Pizzo ed Ermelinda Marfia, ha depositato la sentenza con cui motivano, in poco meno di 300 pagine, il verdetto emesso il primo aprile scorso. Complessivamente erano state decise cinque condanne e quattro assoluzioni. La figura di maggiore rilievo del troncone ordinario riguardava proprio il figlio del boss Giuseppe Vetro (morto nel 2008 per una grave malattia), fiancheggiatore di Giovanni Brusca e per un periodo reggente della famiglia mafiosa di Favara. I giudici valorizzano molto il contenuto delle dichiarazioni del pentito Maurizio Di Gati. “Carmelo insieme a Rosario Chianetta mi ha aiutato trovandomi un alloggio dove trascorrere la latitanza. Mi misero a disposizione una casa di Favara, non ricordo di chi fosse. Mi portavano da mangiare”.

Non solo vitto ma anche affari, secondo il racconto del pentito. “Io, Chianetta e Carmelo Vetro, nel 2005, un anno prima del mio arresto, eravamo soci in un impianto di calcestruzzo. Avevamo delle quote occulte, non ricordo chi fossero i prestanome”. Per i giudici, quindi, “Carmelo Vetro è un uomo a disposizione di Cosa Nostra fin dalla tenera età, si muove abilmente all’interno della consorteria, forte della storia familiare e desideroso di avanzare frettolosamente nella carriera criminale. Inizia a gestire imprese, di cui lo stesso Di Gati è socio occulto”.

Per i giudici, invece, non è arrivata la prova del suo ruolo di capo. Anche perché il riassetto degli equilibri mafiosi, portato avanti dal palmese Francesco Ribisi e dal suo fedele collaboratore Giovanni Tarallo, non era ancora stato ultimato. Un particolare sul quale i giudici si soffermano è pure quello dell’affiliazione a un’importante loggia massonica del giovane presunto rampollo. ”Durante la perquisizione venivano trovati due documenti attestanti l’appartenenza alla “Gran loggia d’Italia degli antichi liberi accettati muratori” e segnatamente la tassera di primo grado e la tessera di secondo grado”.

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