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Sarà commemorato solennemente a Montecitorio il giudice Rosario Livatino, di Canicattì, ucciso da sicari mafiosi il 21 settembre 1990 sulla Ss  640, mentre con la sua auto e senza scorta stava andando al lavoro alla Procura della Repubblica di Agrigento. Il “giudice ragazzino”, come lo chiamò l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, aveva 38 anni. Nel luglio 1993, al culmine dell’aggressione di Cosa nostra allo Stato con le stragi di Capaci e via d’Amelio in cui nel 1992 furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli agenti della loro scorta, Papa Giovanni Paolo II lo definì “martire della giustizia e della fede” e, dopo aver incontrato i suoi genitori nella Valle dei Templi pronunciò lo storico anatema contro la mafia invitando i boss alla conversione.

La figura di Rosario Livatino verrà ricordata nell’aula dei gruppi parlamentari alla Camera dei Deputati venerdì prossimo, 18 settembre, a partire dalle ore 15, nel corso di un convegno organizzato dal Centro studi a lui intitolato che si propone di approfondire le tematiche di vita, famiglia e libertà religiosa in un quadro di riferimento costituito dal diritto naturale. Dopo i saluti del presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso, del ministro della Giustizia Andrea Orlando, della presidente della commissione parlamentare d’inchiesta antimafia Rosy Bindi, del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e del questore della Camera Stefano Dambruoso, svolgeranno relazioni il procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Lo Voi, il presidente di sezione della Cassazione Mario Cicala, il professor Mauro Ronco, ordinario di diritto penale a Padova, don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione del magistrato, e monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale. Con il coordinamento dei giudici Alfredo Mantovano e Domenico Airoma e del professor Filippo Vari, vicepresidenti del Centro Studi, il profilo di Livatino sarà tratteggiato nelle sue varie articolazioni: l’eccezionale professionalità, la sua coscienza di “essere” giudice prima che di “fare” il giudice, e quindi la coerenza con l’etica e la fede, l’affidamento totale alla volontà di Dio, attestato, fra l’altro, dalle tre lettere che adoperava per ogni suo scritto “S.T.D.”, sub tutela Dei.