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Di seguito il testo dell’omelia che il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha pronunciato oggi 21 settembre 2015, nella chiesa madre di Canicattì, in occasione del 25° anniversario dell’uccisione del giudice Rosario Livatino.

“La ricorrenza del 25° anniversario della morte del Giudice Rosario Livatino cade nel giorno in cui tutta la chiesa celebra la festa di San Matteo, che, chiamato alla sequela di Gesù, è divenuto un grande evangelista. Le letture che abbiamo ascoltato ci aiutano a cogliere il messaggio che Dio ci vuole affidare in questa circostanza particolare. Infatti, la tentazione potrebbe essere quella di un ricordo un pò più solenne visto che è passato già un quarto di secolo da quando il Giudice Livatino è stato barbaramente ucciso; un ricordo che ci faguardare indietro, ripensare quello che è avvenuto, avvertire una certa tristezza e, magari, chiudere così la partita! Non dobbiamo assolutamente cedere a questa tentazione e dobbiamo invece capire che nella storia di Livatino anche noi siamo coinvolti.

San Paolo nella prima lettura ci ha detto che siamo un solo corpo, che la chiesa e – se vogliamo – tutta l’umanità non è la somma di tanti individui ma un’unica famiglia; c’è una comunione universale, una circolarità tra tutti i membri della famiglia umana per cui quello che succede a uno è di tutti; esattamente come nelle nostre famiglie all’interno delle quali la gioia di un figlio o la malattia del padre non riguardano solo gli interessati ma tutta la famiglia. Se ci credessimo non assisteremmo alle vergognose scene che entrano in casa nostra attraverso la televisione. Mi riferisco alla grave situazione degli immigrati e delle prese di posizione delle nazioni occidentali, quelle che si definiscono civili. In virtù di questa comunione noi ci diciamo tutti fratelli e tali siamo davvero. E questo vale per il bene, fatto o ricevuto, ma vale anche per il male. Ecco perchè l’uccisione del Giudice Livatino ci riguarda tutti.

Quel giorno non è stato tolto di mezzo soltanto un servitore dello Stato che risultava scomodo a qualcuno, ma tutti siamo stati colpiti; nel suo corpo trivellato di colpi i nostri corpi. Un certo egoismo dilagante ci porta a considerare con distanza le cose che accadono; non è così e questo anniversario deve aprirci gli occhi su una solidarietà che abbiamo bisogno di riscoprire per rendere più forti i legami umani e sociali. In fondo, chi opera il male, chi appartiene alla mafia fa leva anche su una debolezza di relazioni fra di noi e di una tendenza a non indignarci o a non ribellarci per quello che succede. Ricordare, allora, non può ridursi solo a voltarsi indietro e a dire: “è successo!” Ricordare, invece, è desiderio di capire, è sentirsi coinvolti; ricordare è interrogare il passato per leggere meglio il presente e guardare meglio il futuro; in qualche modo è entrare in crisi per fare del ricordo stesso un’occasione di crescita. D’altra parte le intimidazioni subite dalla Cooperativa intitolata al Giudice, che opera nel territorio di Naro, dovrebbe appunto farci pensare che la storia di 25 anni fa continua ancora oggi. Non tuonano le armi, ma continua a farsi sentire la prepotenza dei vili potenti. Ma sono davvero potenti?

L’uccisione di Livatino per mano della mafia così come quella del Giudice Saetta e di suo figlio qualche anno prima, sono state l’ulteriore dimostrazione di quanto abbia inciso nella storia della nostra terra la malavita organizzata. Quando magistrati, giudici, prefetti, uomini dello Stato a diversi livelli, hanno tentato di bloccare alcuni pezzi di questa terribile realtà, immediatamente sono stati uccisi. Questo ha fatto soffrire tante persone, tante famiglie, intere generazioni di persone cresciute con il terrore di questo male che ha anche bloccato tante risorse della nostra terra e ha mortificato in tante stagioni la speranza di un futuro più sereno e più giusto.

Il forte invito alla conversione che San Giovanni Paolo II ha rivolto a tutti loro nella storica visita ad Agrigento nel 1993 certamente ha creato un varco e ha consentito che di mafia si iniziasse a parlare in maniera più esplicita. A questo si aggiunge la scomunica che qualche anno fa Papa Francesco ha inflitto ai mafiosi durante la visita in Calabria dicendo con fermezza che chi aderisce alla mafia è fuori dalla comunione con Dio e con la Chiesa. A distanza di tanti anni e grazie al sangue versato da tanti nostri fratelli vi è oggi una coscienza più netta di cosa sia la mafia e di come non è possibile nessuna commistione non solo tra la mafia e la religione, ma tra la mafia e tutti coloro che si lasciano animare da una corretta intenzione di bene.

Allora il ricordo del Giudice Livatino ci deve interrogare non solo su ciò che è avvenuto quel giorno ma se davvero abbiamo preso le distanze da una mentalità mafiosa, così diffusa tra noi, altrettanto pericolosa quanto la violenza delle armi. Perché se è vero che fanno male delle pistole che uccidono, è altrettanto vero che fanno ancora più male le abitudini, e le forme di pensiero che sono mafiose. La mafia non è solo quella delle stragi di sangue ma è anche quella del silenzio, dell’omertà, dell’ingiustizia, delle raccomandazioni, delle scorciatoie a discapito dei più deboli, degli abusi… Anche questa mafia uccide! Per quanto tempo questa nostra terra deve restare ferma a causa di questa mentalità dilagante? L’ anniversario della morte di Livatino susciti in tutti noi uno scatto di orgoglio civile e religioso e ci porti a dire con le parole e con i gesti che non vogliamo avere più nulla a che fare con la mafia, che non vogliamo più alimentare una mentalità mafiosa, che non vogliamo condividere niente con chi pensa di organizzare le cose, gli affari, i lavori con la logica della mafia. I suoi tentacoli, lo sappiamo, entrano dove ci sono interessi economici: droga, traffico e gestione dei migranti, negli affari di un certo tipo. Il Giudice Livatino ha dato la vita perché è stato dalla parte della giustizia sempre e comunque. Non ha accettato la logica del compromesso, non ha chiuso gli occhi su alcune carte, non ha fatto finta di non vedere o di non sapere. È andato avanti, non si è lasciato piegare dalla mediocrità, ha creduto nella giustizia senza “se” e senza “ma”. Allora se non vogliamo vanificare il suo ricordo dobbiamo chiederci: “io da che parte sto?” Lui ci chiede di essere ricordato non tanto con le lapidi – la nostra terra è piena di lapidi! – ma con l’esempio. Se, come ci ha ricordato la Parola di Dio, siamo un solo corpo non solo tutti ci siamo sentiti feriti dalla sua morte ma tutti dobbiamo sentire il bisogno di vivere come lui, vivere con coraggio le nostre scelte, stare dalla parte dell’onestà e del bene; scrollarci di dosso la pesante corazza dell’indifferenza, lottare per una società giusta.

In una conferenza, a proposito del ruolo del giudice, egli ebbe a dire: “Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata”.

Quello che lui diceva a proposito del giudice si può applicare a tutti noi: credenti, cittadini, operatori della politica, della giustizia: scegliere per decidere, decidere per ordinare. Con le nostre scelte decidiamo da che parte stare e collocandoci da una parte o da un’altra diamo un ordine alle cose, le aggiustiamo o le guastiamo! Ricordando che essere credibili vuol dire proprio questo: scegliere e decidere di stare dalla parte del bene per dare ordine ad ogni cosa, ad ogni organizzazione, ad ogni realtà.

La fase diocesana del processo di beatificazione, già avviata, ha l’obiettivo di approfondire ancora meglio la conoscenza di Livatino attraverso le testimonianze di chi in vari modi l’ha conosciuto. Ma mentre attendiamo che si proceda in questa linea lasciamoci tuttiscuotere dall’esempio di questo giudice che ha vissuto nella semplicità la sua fede e da essa ha tratto la forza per essere coerente fino in fondo.

Il Vangelo pocanzi ascoltato ha riportato l’episodio della chiamata di Matteo che prima era un pubblicano. Tutti ricordiamo il quadro del Caravaggio: in una stanza buia entra un fascio di luce che toccaMatteo, intento a contare i soldi; Gesù, con il gesto della mano, lo chiama a seguirlo. Inizia così l’avventura di quest’uomo che da peccatore diventa discepolo, evangelista e testimone fedele del Maestro. Questa scena potrebbe diventare l’icona di questa giornata. Forse un po’ tutti ci siamo seduti comodamente dietro i nostri tavoli. Forse tra quelle monete che puzzano di corruzione e colorano di sangue abbiamo fatto tramontare i nostri ideali; ma c’è ancora una luce, una luce che arriva dall’alto, che illumina ancora quelle mura e quei volti. Livatino si è lasciano affascinare da quella Luce; ne è divento “figlio” e le tenebre del male non sono riuscite a soffocare questa luminosità. Adesso tocca a noi alzarci da quel tavolo; come Matteo, come Rosario… per seguire la luce della giustizia, della verità e del bene. Preghiamo perchè i mafiosi si convertano e si lascino toccare dalla luce della grazia e preghiamo per noi, perché la cortina fumogena del buonismo e del perbenismo non ci nasconda, facendoci credere di essere indenni da storie tristi, mentre invece così ne diventiamo complici, perché poco coerenti e perciò poco credibili. Questa terra ha bisogno di uomini veri e coraggiosi, di noi. Dio ha bisogno di uomini veri e coraggiosi, di noi!”.