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“Mio padre seppe resistere alle pressioni di personaggi di primo piano della mafia siciliana, come Riina, Madonia e i fratelli Greco. Lo fece anche imponendo la sua autorevolezza durante il processo, perché alcuni giudici popolari erano stati intimiditi. Questo fu uno dei motivi per cui lo condannarono a morte ma ce ne sono anche altri due, la possibilità che andasse a presiedere il Maxiprocesso d’appello di Palermo e il desiderio di lanciare un segnale, colpendo un magistrato giudicante”.

Lo ha detto in un’intervista rilasciata a “Voci del Mattino”, su Radio1 Rai, Roberto Saetta, figlio del giudice Antonino Saetta, ucciso dalla mafia il 25 settembre del 1988 mentre era in auto sulla strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta con l’altro figlio, Stefano, anche lui assassinato dai sicari di Cosa nostra che già avevano fatto a Palermo la “mattanza” di diversi uomini delle istituzioni. Tra i morti sul campo nella “guerra alla mafia” il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale siciliano del Pci Pio La Torre e molti altri ancora.

“Mio padre – ha aggiunto il figlio di Saetta – era stato presidente delle corti di assise di appello di Palermo e di Caltanissetta che si occuparono, rispettivamente, dell’omicidio del giudice Chinnici e di quello del capitano Basile. In entrambi i casi le sentenze furono inasprite rispetto al primo grado, e questo atto – ha detto – fu giudicato intollerabile dai vertici mafiosi che decretarono la morte di mio padre”.

Fu ucciso un magistrato giudicante chiamato a decidere le sorti giudiziarie della cupola siciliana. “Fino a quel momento, i tanti magistrati uccisi – ha ricordato Roberto Saetta mentre a Canicattì si celebrano le iniziative in ricordo del padre e del giudice Rosario Livatino – erano tutti inquirenti, quindi antagonisti diretti, avversari della mafia. Era un salto di qualità importante nella lotta della mafia contro lo stato: si colpiva mio padre, magistrato giudicante che applicava la legge e che quindi agiva di fatto in una posizione di terzietà. Era un cambiamento importante, che non tutti colsero”.

Insieme al ricordo, il rammarico del figlio del giudice sulla storia del padre un po’ caduta nel dimenticatoio. “La figura di Antonino Saetta nel tempo è stata un po’ dimenticata – ha sottolineato il figlio del magistrato a 27 anni dal delitto del padre – forse perché non era un personaggio molto conosciuto, non si era occupato di inchieste che portano alla notorietà. Un po’ ha contribuito anche il suo carattere schivo, lontano da ogni centro di potere. Per molti anni l’indagine sull’omicidio Saetta ha arrancato. E’ stato così – ha detto – fino alla nuova legislazione sui pentiti, che ha consentito di riaprire un fascicolo all’epoca archiviato come contro ignoti. E grazie alla bravura degli investigatori e di due giovani magistrati, Nino Di Matteo e Gilberto Ganassi, l’intero impianto accusatorio – ha ricordato Roberto Saetta – ha poi retto in tutti i gradi di giudizio”.