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Un popolo intero ha reso ieri l’estremo saluto al marmista Giuseppe Miceli, 67 anni, single, ucciso domenica 6 dicembre nel suo ufficio in via Crispi e ritrovato cadavere l’indomani mattina dal fratello maggiore. In prima fila le autorità civili e militari cittadine con in testa il sindaco Nicolò Termine e il maresciallo Liborio Riggi. “Chi arma la mano contro l’altro fratello è Caino. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio, il diritto alla vita”, ha detto l’arciprete don Nino Giarraputo nell’omelia durante la messa celebrata nella chiesa della Madonna del Rosario ricordando l’anatema contro la mafia di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento. “Il nostro fratello Giuseppe – ha aggiunto – aveva il diritto di vivere ed era talmente attaccato alla vita che ha dato la vita. Non si può sempre vivere sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Auspichiamo e siamo certi che le forze dell’ordine, in maniera decisa, tempestiva e scattante daranno volto e nome a chi ha messo mente, volontà e braccio per colpire”. Toccante il messaggio letto in chiesa da una delle nipoti della vittima: “A toglierti la vita sono stati dei caini. Individui senza anima, senza cuore e senza timore di Dio. Delle bestie che ti hanno ucciso con efferatezza e ferocia disumana”. Dall’amministrazione e dal consiglio comunale partirà una richiesta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per concedere a Giuseppe Miceli l’onorificenza alla memoria come cavaliere del lavoro. Intanto, proseguono senza sosta e con la massima riservatezza che il caso richiede le indagini dei carabinieri della locale stazione coordinate dal sostituto procuratore di Agrigento Silvia Baldi. Gli inquirenti non escludono nessuna pista investigativa. Altre ipotesi sembrano aggiungersi a quella della rapina finita in tragedia o alla lite per questioni di debiti sfociata nel delitto. Diverse le persone sentite e le perquisizioni effettuate in questi giorni, anche se ancora non c’è nessuno iscritto nel registro degli indagati della procura della Repubblica di Agrigento. Decisive potrebbero rivelarsi, come in altri casi simili, gli esiti delle analisi scientifiche dei carabinieri del Ris di Messina sulle tracce di sangue e le impronte digitali ritrovate sul luogo del delitto, così come gli esami sui reperti sequestrati, compreso un pezzo di granito che dovrebbe essere l’arma del delitto. Il marmista cattolicese, conosciuto e apprezzato da tutti in paese per le sue qualità umane e professionali, sarebbe stato ucciso, molto probabilmente al culmine di una colluttazione, con diversi colpi alla testa. Probabile anche che si possa trattare di un omicidio premeditato e non preterintenzionale come era stato ipotizzato nelle prime ore successive al delitto che ha sconvolto Cattolica Eraclea.

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