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Ricostituito il mandamento mafioso di Ribera che l’anno scorso era stato “cancellato” cedendo più potere al mandamento di Cianciana. Del mandamento di Ribera tornano così a far parte le famiglie mafiose di Cattolica Eraclea, Montallegro e Calamonaci. Mentre non risultano al momento collocati in specifici mandamenti le cosche di Favara, Lampedusa e Linosa. Le famiglie mafiose di Porto Empedocle, Realmonte e Siculiana restano nel mandamento di Giardina Gallotti (Agrigento) che sembra avere un ruolo di rilievo nel contesto provinciale. Sono queste alcune delle novità nella nuova articolazione della mafia agrigentina “radiografata” nella relazione della Dia sul primo semestre 2015, consegnata nei giorni scorsi al Parlamento dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, che conferma tra l’altro – con i suoi 7 mandamenti e 41 famiglie – un ruolo di primo piano nella “cupola” regionale.

Mafia agrigentina importante nel contesto regionale. “Le peculiarità dell’organizzazione mafiosa in provincia di Agrigento – si legge nel rapporto – risultano sostanzialmente omogenee rispetto a quelle della criminalità organizzata della Sicilia Occidentale: stesso ordinamento gerarchico ed articolazione del territorio, modalità operative e settori d’interesse, con analoghe criticità connesse al turn-over indotto, tra l’altro, dall’azione repressiva dello Stato”. Anche qui “permangono, infatti, condizioni d’instabilità degli assetti – sensibili nella governance di vertice alle recenti scarcerazioni di alcuni importanti sodali –  comunque influenzati dalla vicina provincia trapanese” dove a dominare incontrastato c’è ancora il “superboss” latitante Matteo Messina Denaro. “Nei suoi profili strutturali Cosa nostra agrigentina si presenta come un’organizzazione verticistica ed unitaria, con un forte radicamento territoriale e un ruolo di rilievo sia nei confronti della stidda sia nell’ambito delle gerarchie mafiose della regione”.

Estorsione e usura i principali affari. “La presenza di Cosa nostra, capillare e invasiva, si manifesta attraverso una gestione monopolistica delle estorsioni nei confronti di operatori economici e per la sistematica ‘colonizzazione’ imprenditoriale. Quest’ultima sembrerebbe spesso realizzata sfruttando il parallelo canale dell’usura, specie nelle piccole e medie imprese, più soggette a crisi di liquidità ad anche con l’obiettivo di realizzare il definitivo spossessamento delle aziende”.

Intimidazioni a imprese e amministratori. “La pressione intimidatoria risulta, peraltro, indirizzata anche nei confronti di esponenti del mondo economico ed amministrativo, al fine di ingerirsi nel sistema produttivo e istituzionale attraverso il condizionamento dei centri decisionali”.

L’interazione con gli stakeholder. La mafia agrigentina ha dimostrato, nel tempo, anche un’elevata capacità d’interazione con gli stakeholder (portatori di interessi) del territorio, infiltrandosi nelle compagini sociali e mirando, attraverso una rete di collusioni, ad interferire nell’attività della Pubblica amministrazione per dirottare a proprio vantaggio le commesse pubbliche.

Il business del ciclo dei rifiuti. Tra i settori “particolarmente a rischio d’infiltrazione” la Dia segnala, anche nell’Agrigentino, quello dei rifiuti, che risulta vulnerabile a causa di decifit gestionali e infrastrutturali e di un cronico stato emergenziale che caratterizza il sistema regionale”. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e le attività illecite connesse, con riferimento alle criticità inerenti alle discariche, il 12 marzo 2015 ha sentito il prefetto e il questore di Agrigento, nonché il procuratore, l’aggiunto e alcuni sostituti “che hanno offerto uno spaccato significativo delle fenomenologie collegate al ciclo dei rifiuti”.

Cosa nostra in campagna. Altro comparto di particolare interesse per Cosa nostra  è quello dell’agroalimentare (agrumicolo, olivicolo, vitivinicolo, frutticolo) principale volano dell’economia locale e collettore di attrazione di finanziamenti pubblici.  Per riciclare il denaro e massimizzare i profitti le consorterie mafiose investono risorse economiche utilizzando prestanomi in attività apparentemente legali. L’interessamento di Cosa nostra alle attività imprenditoriali radicate nel territorio può essere desunto da diversi provvedimenti ablativi eseguiti dalla Dia di Agrigento. Il 12 febbraio 2015 è stata confiscata un’impresa operante nel settore agroalimentare riconducibile ad uno degli storici boss di Cosa nostra agrigentina attualmente detenuto. Il 27 febbraio è stato sequestrato un patrimonio consistente in terreni, fabbricati e conti correnti riferibile a due soggetti, padre e figlio, entrambi detenuti ed appartenenti alla famiglia mafiosa di Ribera. La sezione operativa della Dia di Agrigento, diretta dal vice questore aggiunto Roberto Cilona, ha confiscato anche alcuni beni per un valore di circa 54 milioni di euro riconducibili a due fratelli originari di Racalmuto, imprenditori nel settore della produzione e commercializzazione di olio. Tra i beni confiscati anche immobili e imprese in Spagna.

Nell’Agrigentino anche i clan africani. Passando all’analisi dei gruppi criminali stranieri, la Dia conferma “il significativo ruolo rivestito nell’ambito della provincia, la loro progressiva integrazione nel tessuto socio-delinquenziale  e i settori illeciti privilegiati, tra i quali l’immigrazione clandestina per gli enormi profitti che ne derivano e che inducono sempre più le consorterie criminali nordafricane a organizzare e gestire traffici di migranti. In proposito, gli esiti delle attività info-investigative non hanno, allo stato, evidenziato un diretto coinvolgimento della criminalità organizzata mafiosa. Si registra, altresì, il sistematico sfruttamento di manodopera straniera nei settori della pesca e dell’agricoltura”.