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“Contro la mafia ho vinto, ma contro la burocrazia dello Stato mi sono arreso”. Lo dice Ignazio Cutro’, il testimone di giustizia di Bivona (Agrigento), che accusa lo Stato di averlo abbandonato dopo che la mafia lo ha ridotto sul lastrico. Cosi’ conferma di essere pronto al gesto estremo: “Sono tra i pochi a essere rimasto nella mia terra, ma dopo il silenzio del ministero dell’Interno non mi rimane che darmi fuoco e lo faro’ domani a Palermo, in piazza Tredici Vittime”, nel luogo in cui si ricordano i caduti di mafia. Spiega di attendere un decreto ingiuntivo di 540.000 euro: “Mi fanno pagare i danni che mi ha arrecato la mafia e lo Stato vorrebbe lavarsi la coscienza con un posto al Centro per l’impiego di Bivona da 1280 euro al mese”. Aggiunge sconsolato: “Vogliono farmi pagare le mie proteste, il mio imegno antiracket, non sono un perdente, tanto meno un codardo ma mi hanno tolto tutto, le speranze di essere un imprenditore libero, di lavorare nella mia terra, di dare ai miei figli un futuro migliore, i miei figli hanno perso tutto”. Nei giorni scorsi l’associazione nazionale testimoni di giustizia aveva espresso “stupore” nell’avere appreso “che dopo cinque anni si scopre che due perizie, del ministero dell’Interno, redatte dai loro periti, sull’attivita’ di Ignazio Cutro’, hanno accertato che le difficolta’ economiche dell’azienda sono nate dal momento delle denuncie di Ignazio Cutro’. Solo adesso vengono fuori proprio mentre Cutro’ si trova alla canna del gas non possono che causare sconcerto e amarezza. Chi ha colpevolmente taciuto sia obbligato a rendere spiegazioni e sia chiamato a rendere giustizia”. (AGI)

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