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“Avevo detto che ero scappato dal mio paese per gli scontri che ci sono. Li’ c’e’ la guerra, volevano farmi combattere contro i miei connazionali… Lo avevo detto. Ma poi, due giorni dopo, mi hanno dato il foglio e via!”. “Quando mi hanno intervistato io ho detto “Asylum”! “Asylum”! L’ho detto, ti giuro! Ma poi mi hanno messo insieme agli altri, e ci hanno dato il foglio”.

La storia di M. e B., 23 e 22 anni, provenienti dal Gambia, e’ simile a quella di tanti altri profughi salvati al largo delle nostre coste. E ha per protagonista quello tutti ormai chiamano “il foglio”, il decreto di respingimento differito, che segna il discrimine tra chi e’ riconosciuto richiedente asilo e chi, invece, deve lasciare il nostro paese, entro 7 giorni, con i propri mezzi, dalla frontiera di Fiumicino . Un fenomeno in aumento e preoccupante, ben descritto dall’ultimo rapporto di Oxfam, “Hotspot, il diritto negato” realizzato con la collaborazione di Borderline Sicilia e Diaconia Valdese.

Secondo l’indagine, presentata oggi a Roma, gli hotspot stanno diventando delle vere e proprie “fabbriche di irregolari”, dove moltissimi respingimenti sono stati dati in modo arbitrario: alcuni anche verso gruppi di persone, senza nessuna valutazione delle situazioni individuali. “Questo rappresenta una palese violazione della legge – sottolinea Oxfam, che ha avuto modo di visionare diversi decreti di respingimento, emessi dalle Questure di Agrigento, Catania e Ragusa – si tratta di tutti moduli pre-stampati identici, al di la’ dei dati anagrafici dell’interessato e dell’indicazione della Questura che li ha emanati”.

Non solo, ma nell’indagine, l’organizzazione richiama l’attenzione su un problema oggettivo: le persone espulse in realta’ non lasciano il territorio italiano ma restano nel nostro paese in una situazione di irregolarita’ che li espone a diversi problemi. “Essendo possibile l’espulsione solo di cittadini di paesi con i quali l’Italia (o l’Europa) ha un accordo di riammissione – spiega Oxfam secondo quanto riporta l’agenzia Dire -. Gli altri, se non ci sono posti disponibili nei Cie (centri di identificazione ed espulsione, ndr) , vengono di fatto abbandonati sul territorio con l’ingiunzione ad allontanarsi entro 7 giorni”. Uno degli esempi e’ contenuto in un report della Commissione parlamentare sull’accoglienza: da settembre a gennaio la questura di Agrigento ha emanato decreti di respingimento nei confronti di 1426 persone, di queste solo 311 sono finite in un Cie. “Tutti gli altri sono stati semplicemente messi per strada -a ggiunge Oxfam – .I respinti sono quasi tutti provenienti dai paesi dell’Africa Occidentale, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Mali, Costa d’Avorio. Difficile non pensare, come sottolinea anche la sezione Asgi Puglia che si verifichi un vero e proprio “racial profiling” dei migranti sbarcati, una selezione operata sulla base della nazionalita’ di quelli cui viene consentito di presentare domanda d’asilo e quelli cui viene di fatto impedito, perche’ considerati di default “migranti economici” . Il rapporto mette in luce anche altre criticita’ legate al nuovo sistema hotspot. Innanzitutto si ribadisce la mancanza di una base giuridica. “Si tratta innanzitutto di un sistema dalla cornice legale piu’ che incerta, perche’ nessun atto normativo, ne’ italiano ne’ europeo, disciplina quanto avviene all’interno dei centri, che in molti casi anzi contrasta in modo palese con quanto previsto dalla legge non solo in materia di protezione internazionale, ma anche di violazione della liberta’ personale – si legge nel rapporto -. In questi mesi abbiamo assistito all’arbitraria distinzione tra richiedenti asilo e migranti irregolari operato dalla Polizia di Stato (supportata dagli agenti di Frontex) ai valichi di frontiera: circostanza semplicemente non contemplata dalla normativa, che alla Polizia lascia solo il ruolo di “ricezione” delle domande d’asilo”. Inoltre i tempi di permanenza all’interno dei centri sono spesso di diversi giorni o diverse settimane, a fronte di strutture concepite per turn-over ben piu’ rapidi. L’altro problema e’ l’ informativa legale, obbligatoria per legge, ma nei fatti largamente insufficiente. Nell’hotspot i migranti vengono intervistati da un team composto da due esperti di Frontex, di diverse nazionalita’, un mediatore culturale e un funzionario di polizia che coordina il gruppo. Durante questa intervista, di solito della durata di pochi minuti, al migrante vengono poste alcune domande che gli intervistatori riportano nel cosiddetto foglio-notizie. In base alle informazioni in possesso di Oxfam, a nessun migrante e’ stata mai rilasciata copia del modulo firmato . Inoltre, “durante le interviste il migrante e’ solo – si legge nel rapporto -. Nessun ente di tutela e’ presente in questa fase, non Unhcr, non Easo, non altre ong, che pure, tramite apposite convenzioni con il Ministero dell’Interno, sono attive nei luoghi di sbarco. Nessuno che possa garantire in modo imparziale che la volonta’ del migrante venga realmente compresa e correttamente registrata”. Ci sono, poi, gli episodi di violenza e intimidazione durante le operazioni di rilevamento delle impronte digitali: “l’Unione Europea da mesi fa pressione sull’Italia perche’ introduca nel proprio ordinamento la possibilita’ di usare il trattenimento prolungato e l’uso della forza nei confronti di chi rifiuta i rilievi foto dattiloscopici”, scrive Oxfam . Secondo le testimonianze raccolte da Borderline Sicilia il 15 febbraio 2016 alcuni giovani ragazzi somali, ospiti al Palanebiolo di Messina dopo essere sbarcati ad Augusta, hanno raccontato a agli operatori di essere stati forzati a lasciare le impronte attraverso i colpi di manganelli elettronici. “Alcune persone colpite non sapevano neanche che cosa volessero che loro facessero. La polizia afferrava le braccia, le mettevano nella macchina e prelevavano le impronte e loro neanche sapevano se darle e no – raccontano gli operatori di Bordline -. Dopo questo momento scoprivi di aver dato le impronte”. Infine il rapporto denuncia i casi di sovraffollato cronico dei centri. “Non si offrono condizioni di permanenza dignitosa nemmeno ai minori che viaggiano soli, e non potranno reggere all’urto dei numerosi sbarchi previsti nelle prossime settimane – si legge -. Il sistema di prima e seconda accoglienza a livello nazionale si rivela drammaticamente insufficiente”. Per questo Oxfam chiede che quanto avviene negli hotspot sia precisato dalla normativa comunitaria e nazionale, che tutti i migranti ricevano informazioni circa i loro diritti, compreso quello di poter richiedere protezione internazionale, in forma e lingua a loro effettivamente comprensibile. E che nessun migrante sia respinto senza che il suo caso sia stato valutato singolarmente. Tra le richieste anche l’ampliamento del sistema Sprar e che siano garanti specifici percorsi protetti per le categorie vulnerabili come i minori non accompagnati, donne che viaggiano sole o in stato di gravidanza, persone che hanno subito traumi fisici o psichici, malati o portatori di handicap.

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