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“La Sicilia ha anticipato la crisi della politica italiana, in modo drammatico: da un lato lo stragismo mafioso negli anni ’80-’90, con la lotta alla mafia che non è più affidata ai partiti, ai sindacati, al popolo, ma ai giudici, alle procure; dall’altro presidenti di regione come Salvatore Cuffaro e Raffaele Lombardo, nella stagione del 61 a zero di Berlusconi, quando la destra conquistò tutti i collegi elettorali dell’isola.
Cuffaro, ex dc e uomo di Calogero Mannino, ha interpretato un modo d’essere funzionale alla crisi della politica nazionale. Nel maggio 1946 la Sicilia conquistò l’autonomia, lo status di regione speciale, poi riconosciuto dalla Costituzione repubblicana”. Lo ha detto, in un’intervista a L’Espresso in edicola domani, l’ex senatore Emanuele Macaluso, leader storico del Pci. Testimone e protagonista di ogni svolta politica dell’Isola, Macaluso racconta questi settant’anni, da Portella della Ginestra fino all’attuale giunta di Rosario Crocetta.
“Crocetta – dice – sul piano personale non è compromesso, ma sul piano politico è stato assorbito dal sistema. Gira a vuoto, non riesce a modificare un sistema che consuma le risorse nel finanziare le forze che tengono in piedi la macchina della Regione. E non c’é un modo di ridare senso all’autonomismo. La rottamazione in Sicilia non è mai arrivata perché Renzi non è in grado di capire la Sicilia. Per ora si è limitato a indicare il suo uomo nell’isola, Davide Faraone. Ma non esiste una partecipazione di popolo e intellettuali, e’ tutto dentro il minestrone dell’Assemblea regionale in cui si fanno e si disfano le alleanze. Non c’è giù autonomia, c’è l’uso della Regione per l’organizzazione del potere, e nulla più”.