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A piazzare il tritolo sotto l’autostrada Mazara-Palermo a Capaci per fare saltare in aria Giovanni Falcone furono gli uomini di Giovanni Brusca. Ma dietro le quinte, con un ruolo strategico fondamentale, c’era un altro gruppo d’azione. Guidato dal boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, aveva procurato l’esplosivo tramite i pescatori di Porticello che avevano recuperato in mare le bombe inesplose della seconda guerra mondiale. È proprio il gruppo di Brancaccio il protagonista del processo bis per Capaci e delle conclusioni della requisitoria: ieri, dopo sei udienze occupate dall’accusa, il pm Lia Sava ha chiesto cinque ergastoli e ha annunciato che il caso non è ancora chiuso.

Ci sarà un terzo processo sui “mandanti esterni” e sulle possibili “cointeressenze” tra ambienti mafiosi e pezzi deviati dello Stato. Vi confluiranno, spiega l’Ansa, anche le posizione del superlatitante Matteo Messina Denaro e di altri tre indagati. “Anche se sono finora affiorate solo responsabilità di Cosa nostra, abbiamo – ha detto Lia Sava – il dovere giuridico e morale di accertare tutta la verità. Non possiamo accontentarci soltanto di pezzi di verità”. Gli ergastoli sono stati chiesti per Salvatore “Salvo” Madonia, esponente della cosca di Resuttano, Vittorio Tutino, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello. Madonia quale mandante, gli altri come personaggi del livello esecutivo. Era stato Totò Riina a volere tenere separate le due strutture operative, quella di Brusca e quella di Graviano. A svelarne il ruolo e la composizione sono stati prima Gaspare Spatuzza, che con le sue rivelazioni ha contribuito a riscrivere anche la strage di via D’Amelio, e poi Fabio Tranchina autista di Graviano e Cosimo D’Amato, uno dei pescatori di Porticello.

Le responsabilità dell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992 erano state fissate già nel primo processo concluso con una trentina di ergastoli per Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri e altri componenti della “cupola”. La strage di Capaci e le altre del periodo 1992-93 sono il frutto, ha sottolineato Lia Sava e l’altro pm Stefano Luciani, di un “disegno stragista” di Cosa nostra guidato da una strategia unica, ossia “l’offensiva frontale nei confronti dello Stato”. Il piano era partito già tra ottobre e novembre 1991 con riunioni operative convocate da Riina già convinto che in Cassazione il maxiprocesso avrebbe avuto per i boss un esito fatale. L’obiettivo primario, hanno spiegato i collaboratori, era quello di eliminare Falcone. Ma sotto il tiro della Mafia erano finiti anche Claudio Martelli, Paolo Borsellino e Maurizio Costanzo. Falcone doveva essere ucciso a Roma. Il “gruppo di fuoco” si era già trasferito nella capitale ma poi Riina lo fece rientrare perchè il piano era stato cambiato. Anche il luogo della strage era cambiato: non più Roma ma Capaci.

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