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Dopo il recente restauro, sarà inaugurato il 5 agosto, alla presenza del cardinale Francesco Montenegro, prossimo il “Baglio Ingoglia” nel cuore della vecchia Montevago: ospiterà un antiquarium come luogo di raccolta dei reperti rappresentativi della civiltà del paese, con sale per esposizioni artistiche, rappresentazioni teatrali, incontri culturali. Lo ha annunciato nei giorni scorsi il sindaco Margherita La Rocca Ruvolo.

DSC_0267Antica residenza del Cavaliere Calogero Ingoglia che la ereditò dal padre, la costruzione fu realizzata tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, subendo nel tempo diversi ampliamenti e ristrutturazioni. Si trova tra i ruderi della vecchia Montevago, accanto alla vecchia chiesa Madre, e nel 1962 fu utilizzata come set cinematografico per alcune scene del film “La smania addosso” del regista Marcello Andrei con un cast composto da attori di fama internazionale: Gérard Blain, Annette Stroyberg, Vittorio Gassman, Lando Buzzanca e Gino Cervi per citare alcuni nomi.

Ecco la relazione del progetto a cura dell’architetto Giuseppe Neri, responsabile dell’area tecnica del Comune di Montevago.

Con il recupero del Baglio Ingoglia si vuole ricreare, la vocazione “conservativa” dell’antiquarium, come luogo di raccolta dei reperti,  rappresentativi della civiltà del paese. Nella scelta del sito,  atto a contenere l’antiquarium, si è tenuto conto del fondamentale rapporto che intercorre tra il luogo e la conservazione, che nel moderno dibattito museale continua a coinvolgere diversi e complessi aspetti. In questo rapporto, e in relazione alla necessità della scelta del luogo, diviene indispensabile la definizione del tema progettuale. Alla luce delle valenze antropiche descritte, e delle attuali esigenze di “setting in progress”, si è immaginato il museo come luogo in cui accadono più cose; come il passeggiare, il contemplare, l’oziare, oltre che l’osservare i reperti, convinti comunque che qualsiasi attività umana entro quelle non più macerie, porta impresso il valore della memoria e la volontà del riscatto.

Sopralluogo operativo al Baglio Ingoglia prima dell'inaugurazione
Sopralluogo operativo al Baglio Ingoglia prima dell’inaugurazione

Quanto più sembra suscettibile e riconoscibile tra le macerie, e che dunque ben si presta al ruolo assegnatogli, sono quelle palme che svettano, da quasi il centro del deserto dei crolli, verso l’azzurro cielo del Belìce. Quelle palme sono il sorriso di un giardino abbandonato, di un baglio diroccato, da cui può partire  un esperimento di progettazione, utile,  forse domani,  ad una riappropriazione anche fisica di uno spazio,  mai emotivamente perduto. Il Baglio si presenta costituito da tutti gli elementi tradizionalmente appartenenti alla tipologia costruttiva a cui è iscritto: si riconoscono il cortile centrale, che era anche giardino ed orto, come le stanze di rappresentanza, che erano il salottino e le camere da letto; si riconosce l’introversa timidezza dell’unico fronte verso l’esterno. Il linguaggio con il quale si è ritenuto opportuno affrontare il discorso proposto dallo stesso stato dei luoghi,  si compone fondamentalmente,  di due sintassi: una, in cui si evidenzia l’esigenza di far leggere, attraverso il progetto, tutta la storia che il sito ha agito e subito; l’altra che vede prevalere un’esigenza di leggerezza e trasparenza dei materiali di cui il progetto si compone. Le due sintassi, sono intimamente legate non solo nella metafora ma anche nelle forme espressive del linguaggio dell’architettura.

La storia del baglio ha per noi inizio, un attimo prima del terremoto, quando ancora la struttura non aveva subito una significativa trasformazione. A quel tempo, a quel momento della storia, il progetto vuol dare risposta,  innanzi tutto considerandolo ancora costituito di ogni sua parte, come se i crolli non ne  avessero intaccato nessuna. Corollario di questa ipotesi è il gesto progettuale ricompositivo dei margini del manufatto, con la ricomposizione delle pareti continue,  ma anche il recupero funzionale degli ambienti rimasti in piedi o la ricontestualizzazione degli ambienti crollati o del giardino.

Poi è il terremoto: ogni traccia del passaggio dell’onda sismica viene fissata, sospesa temporaneamente e cosi le lesioni, vere ferite nel corpo della struttura, vengono “rimarginate”con lo stucco; i muri scompaginati e riversi a brani sul terreno vengono “contenuti” e gelosamente mantenuti, quasi sottolineanti; le volte e le coperture, colte in fragrante collassano, trovano opportuno commento della loro precarietà in quei coppi di vetro che non solo evidenziano le lacune, ma soprattutto non variano le particolari condizioni di luce che i crolli hanno creato negli ambienti. Quando il terremoto è cessato due nuovi inquilini abitano le macerie l’abbandono e la natura. E a questi ultimi il progetto, ancora una volta vuol rendere omaggio col rispetto dovuto alla sopravvivenza. Resterà cosi la nuova palma cresciuta nel cortile spontaneamente dopo il 1968, resterà l’esuberante edera che adesso alberga all’interno di un vano scoperchiato; resteranno tutte le piante ruderali cresciute in questi due anni di abbandono. Resteranno pure quelle macchie di percolo delle acque in alcune volte, come gli intonaci degradati o i brani di carta da parati: resteranno e saranno opportunamente consolidati; come anche i tompagni di alcuni vani posti ben presto da generose mani che hanno tentato di conservare i resti della casa. Conservati e consolidati saranno anche quei brandelli di muri che nuovamente significheranno il baglio, alla semplice giusta apposizione di piccoli elementi della tecnologia.

Il linguaggio di questo recupero è legato alla conservazione critica, ma anche all’evocazione ed alla rivisitazione. Il progetto si esprime attraverso elementi che abbiano la capacità ambigua di proporsi ora trasparenti, ora opachi, elementi cioè la cui struttura sappia consapevolmente adattarsi al delicato equilibrio di esterno/interno, contenuto/contenente, pieno/vuoto, proposto dalla complessità del luogo. A questa ortografia si piegano tutte le “parole” del discorso progettuale, lì dove è necessaria una parete o dove soltanto un pezzetto di muro; lì dove si prevede una terrazza, sul pavimento di un ex locale, del quale bastano pochi gradini per abbracciare il panorama circostante. Infine, si desidera sottolineare, nel e col progetto, la doppia valenza dell’antiquarium, che oltre a essere luogo di conservazione, è esso stesso “conservato”, proponendo per il futuro,  analogo atteggiamento verso le ulteriori occasioni che l’antica Montevago propone.