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E’ stata annullata dal Tar di Palermo l’informativa prefettizia antimafia nei confronti della presidente di una cooperativa sociale di Campobello di Licata che adesso potrà tornare a occuparsi di ricovero di migranti minori non accompagnati. La donna – B.C., 41 anni, campobellese – è alla guida del consiglio d’amministrazione della coop che si è vista arrivare dal Comune di Campobello di Licata la risoluzione anticipata del contratto per il collocamento di minori stranieri disposti dalla Questura di Agrigento, in esecuzione di una nota della Prefettura di Agrigento con la quale veniva comunicato all’ente comunale che nei confronti della cooperativa sociale sussisteva il pericolo di condizionamento della criminalità organizzata. L’interdittiva prefettizia antimafia, quale misura a carattere preventivo, prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti di soggetti che hanno rapporti con la pubblica amministrazione, ma si fonda sugli accertamenti compiuti dai differenti organi di polizia valutati dal prefetto competente territorialmente.

Avanzata la richiesta di accesso agli atti dopo la risoluzione del contratto da parte del Comune, la presidente della cooperativa campobellese apprendeva che l’informativa prefettizia antimafia si fondava “esclusivamente” – ha spiegato il suo legale – sulla base della parentela con Diego Ingaglio, deceduto nel 1997 e ritenuto fiancheggiatore della Stidda, e con Antonio Ingaglio, condannato all’ergastolo per i reati di associazione mafiosa, omicidio ed estorsione.

La quarantunenne ha quindi proposto un ricorso giurisdizionale, con il patrocinio dell’avvocato Girolamo Rubino, contro il ministero dell’Interno, chiedendo l’annullamento dell’informativa prefettizia. Il legale ha sottolineato davanti ai giudici amministrativi “il principio secondo cui l’accertato rapporto di parentela non può costituire l’unico elemento su cui può fondarsi un’informativa antimafia, rilevando che la frequentazione con i parenti sarebbe stata comunque impossibile perché uno era deceduto da oltre quindici anni mentre l’altro era detenuto da quasi vent’anni”.

Il Tar Sicilia di Palermo (sezione prima, presidente Calogero Ferlisi, relatore Luca Lamberti), condividendo integralmente le censure formulate dall’avvocato Rubino – che ha citato anche un precedente giurisprudenziale del Consiglio di Stato secondo cui il rischio di infiltrazione mafiosa deve trovare motivazione in circostanze di cui si possa apprezzare l’attualità al momento della valutazione – ha accolto il ricorso ed ha annullato i provvedimenti impugnati, condannando anche il ministero dell’Interno al pagamento delle spese di giudizio. Per effetto della sentenza dei giudici del Tribunale amministrativo regionale, dunque, la cooperativa sociale campobellese potrà continuare l’attività di ricovero dei migranti minori non accompagnati. Mentre il ministero dell’Interno, costituitosi in giudizio con il patrocinio del’avvocatura distrettuale dello Stato, dovrà pagare le spese giudiziali.

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