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Classe 1952, originario di Canicattì, uomo mite e religioso, magistrato appassionato. Negli anni Ottanta, come giudice del tribunale di Agrigento, mette in ginocchio la “stidda”, applicando i metodi investigativi di Giovanni Falcone. A Rosario Livatino, assassinato a 38 anni il 21 settembre 1990 dalla criminalità organizzata, Rai Cultura dedica la puntata di “Diario Civile” dal titolo “Il ragazzo con la toga”, in onda mercoledì 21 settembre alle 22.10 su Rai Storia, con un’introduzione del Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti. Il documentario, firmato da Alessandro Chiappetta, con la regia di Leonardo Sicurello, vuole rendere omaggio a un protagonista della lotta alla mafia spesso poco ricordato, raccontando la sua vita familiare, la sua fede e le vicende legate al suo omicidio. “Livatino è ricordato oggi come il ‘giudice ragazzino’ – spiega il Procuratore Franco Roberti – un termine che sollevò polemiche all’epoca, ma che oggi sembra assumere un significato diverso sottolineando la passione e la tempra di giovani servitori delle istituzioni, come è stato lui stesso nella sua breve vita”.

Il racconto parte dalla testimonianza di tre giovani magistrati siciliani, assegnati al Tribunale di Enna nel novembre 2015. Stefania Leonte, Giovanni Romano e Francesco Lo Gerfo, impegnati in una Sicilia molto diversa da quella del giudice Livatino, leggono un discorso tenuto da Rosario Livatino nel 1984, intitolato “Il ruolo del giudice in una società che cambia”. Il testo dice: “L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità a iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione e il pericolo della interferenza”. “Leggendo le sentenze di Livatino si rimane colpiti dall’ampiezza del suo raggio di osservazione perché va dai dati più minuti della vita quotidiana di un indagato di mafia, fino al movimento di denaro”, sottolinea Nando Dalla Chiesa, autore del libro, poi diventato film, dal titolo “Il giudice ragazzino”.

Nella ricostruzione della storia di Livatino non può mancare il ricordo di amici e parenti che lo descrivono come legatissimo ai genitori e devoto alla Chiesa. Anche per questo è stato avviato nel 2011 il processo di beatificazione del giudice che dovrebbe arrivare – come si augurano i suoi compaesani, tra cui Don Giuseppe Livatino, arciprete di Raffadali, e Monsignor Pietro Licalzi, arciprete di Canicattì – alla santificazione. Tra le testimonianze, infine, gli ex colleghi, come Luigi D’Angelo, già presidente del Tribunale di Agrigento, Salvatore Cardinale, Presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta e Luisa Turco, Presidente di Corte d’Assise di Agrigento. Con loro, il giornalista Gero Tedesco e Giuseppe Pallilla, compagno di scuola di Livatino.