Trattativa Stato-Mafia, gup striglia pm: su Mannino prove inadeguate

C’è voluto un anno per conoscere le motivazioni della sentenza che il 3 novembre del 2015 mandò assolto dall’accusa di avere dato l’input alla cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia l’ex potente ministro dc Calogero Mannino. Un tempo record per la stesura di un provvedimento che segue un altro record, i tre anni di durata dell’abbreviato, rito scelto dall’imputato che, in questo caso, di breve ha avuto davvero poco. Il deposito delle motivazioni, che hanno una rilevanza enorme visto che sulla trattativa c’è un altro processo in corso davanti alla corte d’assise, era evidentemente molto atteso se il presidente del tribunale Salvatore Di Vitale ha ritenuto di comunicarlo alla stampa con una nota decisamente poco rituale.

Nelle 500 pagine di motivazioni della sentenza depositate ieri, il gup Marina Petruzzella, che il 3 novembre scagionò il politico, ricostruisce accuratamente – secondo quanto riporta l’Ansa – l’impianto accusatorio che vede Mannino motore del dialogo tra gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, entrambi ora sotto processo in ordinario, e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Un dialogo che in cambio di una linea soft verso la mafia, passata anche attraverso l’alleggerimento del 41 bis, avrebbe puntato a fare finire le stragi. Ma per il giudice le “prove” portate dalla Procura sono “inadeguate”, le “interpretazioni indimostrate”. “Non c’e’ qualcosa, come delle fonti orali o documentali che dimostrino – scrive il giudice – il collegamento tra l’iniziativa dei Ros di interloquire con Vito Ciancimino e l’evento ipotizzato dall’accusa di un accordo tra Mannino e Cosa nostra, per salvarsi e attuare un programma politico favorevole a una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stagista della mafia, le scelte del governo”.

Il gup non risparmia critiche pesantissime al superteste della Procura Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco, protagonista, a suo dire, della “grossolana manipolazione” del papello, l’elenco con le richieste che il boss Totò Riina avrebbe mosso allo Stato per fare cessare le stragi. La prova regina della trattativa per i pm, una bufala enorme per il giudice. Il giudice non mette in discussione che i contatti tra il Ros e Ciancimino ci furono. Li hanno ammessi gli stessi carabinieri, spiega e ne ha parlato ai pm Vito Ciancimino. Si tratta “di situazioni notorie o pacifiche, che quindi non avrebbero avuto bisogno di essere provate, ovvero probatoriamente poco significative, in quando ad esse i canoni della conoscenza e dell’esperienza – spiega – possono attribuire varie ragionevoli interpretazioni, alternative e diverse da quelle unidirezionali, e comunque indimostrate, prescelte dal pm”.

Come si è attribuito valore dimostrativo ad “elementi del contesto politico come la scelta di Mancino per la guida del Viminale al posto di Scotti, per l’accusa frutto di una strategia di arresto della lotta alla mafia: “Ma ciascuno dei fatti politici valorizzati dal pm – spiega il magistrato – può avere avuto cause diverse, dettate ad esempio dalle consuete logiche di appartenenza della macchina e della burocrazia partitica, dalla volontà di evitare la linea netta di contrarietà al 41 bis ovvero dalla volontà di percorrere una linea meno coraggiosa di quella di Vincenzo Scotti, anche ispirata da scelte di bieco opportunismo politico, senza la necessita di un accordo siglato con una parte mafiosa”.