Le Maccalube sottomarine nell’Agrigentino, Macaluso: l’esplosione può provocare uno tsunami, serve monitoraggio

Un patrimonio marino tutto da scoprire e da valorizzare tra isole sommerse, relitti inabissati e reperti archeologici riaffiorati. Un patrimonio di biodiversità da tutelare e una realtà geologica straordinaria che, se non si tiene sotto osservazione, può rappresentare anche dei rischi per l’incolumità pubblica. Come il fenomeno del vulcanesimo sedimentario, presente nell’Agrigentino su terraferma ma anche a mare aperto e che rappresenta un grave pericolo potenzialmente aggravato dalle trivellazioni petrolifere in corso nel Canale di Sicilia. A lanciare l’allarme, oggi sul Giornale di Sicilia, è Mimmo Macaluso, di Ribera, medico chirurgo di professione, sub e archeologo per passione, ricercatore UE nell’ambito del  progetto “Discovery Magna Graecia” e responsabile delle operazioni subacquee  di del progetto “Territorio e Ambiente” a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che prevede il monitoraggio del vulcanesimo marino nell’Agrigentino.

Dottor Macaluso, come si manifesta il fenomeno del vulcanesimo sedimentario?

Sono praticamente dei vulcani di fango, le manifestazioni che danno luogo al fenomeno naturalmente non sono esclusive delle Maccalube di Aragona, tristemente famose per la tragedia che nel 2014 strappò la vita a due bambini, ma si manifestano anche in altri luoghi del cosiddetto bacino evaporitico di Caltanissetta, come a Monte Sara, tra Ribera e Cattolica Eraclea, in contrada Bissana, presso Cianciana e nel quartiere di Santa Barbara a Caltanissetta. Ma quelle in mare erano pressoché sconosciute.  Abbiamo individuato nel corso della ricerca con l’Ingv un grande cratere di fango, cioè un grande cratere da liberazione di gas: un pockmark. Quindi  oltre al vulcanesimo basaltico – come quello rappresentato dall’Isola Ferdinandea  e dal Vulcano Empedocle – abbiamo documentato il vulcanesimo sedimentario marino”.

Grande complesso vulcanico “Empedocle” scoperto da Macaluso
Grande complesso vulcanico “Empedocle” scoperto da Macaluso

Che significa, cosa avete documentato in particolare?

Abbiamo documentato che il margine continentale, che da Agrigento raggiunge le coste trapanesi, interessato da compressioni tettoniche,  presenta lo stesso fenomeno di vulcanesimo sedimentario, che sulla terraferma origina le Maccalube, ma in mare, a causa della pressione idrostatica esercitata sul fondo marino, da colonne d’acqua che possono raggiungere un’altezza di diverse centinaia di metri, la liberazione parossistica di gas, che determina le esplosioni dei vulcani di fango, è potenzialmente più pericolosa rispetto alla terraferma. Lo dimostra proprio la scoperta in questo tratto di mare di un un pockmark, il termine usato per definire le aree di subsidenza abissali da emissione sottomarina di fluidi. Come avviene sulla terraferma, la liberazione repentina ed esplosiva di una sacca di gas in mare, può essere determinata oltre che dall’aumento del volume del gas, anche dall’aumento della sua temperatura o da un terremoto ed è la stessa esplosione, che a sua volta può determinare un terremoto. Ma sotto la superficie del mare, le cose cambiano, dato che la migrazione dei fluidi, può essere interrotta dalla presenza di barriere impermeabili come depositi di sale, sabbia compatta e ghiaia il gradiente di pressione in queste condizioni, diviene sempre più elevato, con la possibilità di un rilascio del gas, in modo violento.

Quale il potenziale pericolo? Cosa potrebbe accadere?

“Può essere molto pericoloso, il rischio è quello di uno tsunami. In tempi geologici non lontani, il 12 novembre del 1951, il porto di Sciacca fu distrutto da un tsunami che ebbe origine dall’esplosione di una sacca. Non ci furono vittime perché l’esplosione avvenne di notte e d’inverno, altrimenti ci sarebbero stati molti morti. Distrutte tutte le banchine del porto di Sciacca, così come un’ottantina di pescherecci. Quindi ecco quanto può essere pericoloso il vulcanesimo marino, più pericoloso perché assolutamente imprevedibile. Il vulcano di fango esplode improvvisamente senza nessun preavviso, creando onde di tsunami.

Le trivellazioni nel Canale di Sicilia possono in qualche modo sollecitare l’esplosione dei vulcani sommersi?

Le trivellazioni in presenza del vulcanesimo sedimentario sono assolutamente controindicate da direttive internazionali, compresa una raccomandazione della Nato. Dopo il disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico nel 2010, scoppiato proprio perché mentre cercavano il petrolio hanno intercettato una sacca di metano, ci sono delle linee guida per le società petrolifere che dicono chiaramente che dove c’è il vulcanesimo sedimentario non si può trivellare a meno che non si facciano degli studi molto più approfonditi.

Dunque stop alle trivelle?

Non significa essere contrari al petrolio, ma che dove vi sono delle realtà geologiche particolari l’estrazione petrolifera non si può fare perché rappresenta un grave pericolo.

aragona vulcanelli maccalubeCosa è possibile fare invece per la prevenzione dei rischi legati a questo fenomeno?

La tragedia del settembre 2014 che provocò la morte di due fratellini, determinata dall’esplosione di un vulcano di fango nel territorio di Aragona, una zona della Sicilia sud-occidentale, che dal mare si spinge all’interno dell’Isola, dovrebbe indurre gli organi competenti in materia di protezione civile, a finanziare una campagna di ricerca oceanografica, finalizzata a comprendere l’entità di questo fenomeno nel tratto di Mediterraneo prospiciente le coste agrigentine.