Agrigento, inchiesta su Arnone: ecco come è scattata la trappola per l’avvocato ambientalista

Ecco come il 12 novembre scorso è scattata la “trappola” per l’avvocato agrigentino Guseppe Arnone arrestato in flagranza di reato dopo la consegna dei primi due assegni frutto di un’estorsione, secondo le accuse, all’avvocatessa Francesca Picone. Dopo la minaccia di mandare tutto a Striscia la notizia e “la modifica della richiesta risarcitoria”, il 9 novembre Arnone – secondo il gip che ha convalidato l’arresto e disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari richiesta dalla procura – “opera una ulteriore messa a punto della richiesta iniziale, quantificando la somma che la Picone avrebbe dovuto versare in 50 mila euro “di cui 18 mila euro per il danno subito, il risarcimento e le spese legali relative al procedimento fissato in udienza preliminare il 22 novembre in cui Arnone e la sua assistita – ha sostenuto il gip – si obbligavano alla rinuncia alla costituzione oltre che a non diffondere e alzare clamore mediatico su quel processo”.

“Altri 18 mila euro attenevano alla restituzione, risarcimento e parcella legale per la vicenda analoga alla prima relativa al secondo figlio della donna, di cui non c’era però allo stato alcuna strutturazione giudiziale, e infine Arnone aggiungeva alla seconda richiesta quella relativa al risarcimento del danno subito dalla sua immagine a seguito della denuncia presentata dalla Picone nei suoi confronti nel 2013 per calunnia”, accusa poi archiviata. A questo punto, Francesca Picone, stanca delle continue richieste di denaro si è rivolta alla Polizia giudiziaria. E il 12 novembre è scattata a trappola per Arnone. Con i poliziotti della Mobile pronti ad aspettarlo all’uscita dello studio legale di Picone con i due assegni appena intascati, racconta l’AdnKronos riportando i contenuti della misura cautealre. Nel provvedimento il gip spiega che nella prima fase dell’accordo tra i due “non ci sono profili di illiceità”.

“Nelle fasi successive invece – scrive il gip – Arnone, percependo la grandissima paura della Picone di potere essere oggetto di altre indagini e comunque di grave perdita di immagine professionale oltre che di prestigio personale, laddove le cose che minacciava Arnone potessero concretizzarsi, alza il prezzo delle sue richieste includendo altri fatti che, allo stato, non erano oggetto di accertamento giudiziario, che avrebbero dovuto essere comunque accertati”. E conclude: “l’avere incluso la richiesta risarcitoria globale di 50 mila euro nell’accordo” “integra i gravi indizi di reato di estorsione”. Reato “che si nutre della minaccia di denunce varie per ottenere dalla Picone il pagamento di una somma di denaro superiore a quella per la quale era stato raggiunto il primo accordo, denaro, si badi che poteva anche essere dovuto, ma di cui occorreva acquisire il titolo, previo accertamento, consensuale o giudiziario”.

Arnone respinge le accuse sostenendo d’aver incontrato l’avvocato Picone “esclusivamente per fini di natura professionale, nell’interesse della propria cliente da cui aveva ricevuto mandato”.