Migrante morta accolta ad Agrigento in tomba di famiglia, coniugi agrigentini premiati in Germania

L’integrazione in Europa passa da Agrigento, terra di approdo di migliaia di profughi e migranti. Qui tutti trovano accoglienza e chi non ce la fa nel viaggio della speranza attraverso il Canale di Sicilia qui trova degna sepoltura. Esemplare il gesto di Giuseppe Gelardi e Amalia Vullo, marito e moglie, che hanno ricevuto in Germania un riconoscimento speciale nell’ambito del Premio per la Pace di Dresda, per aver accolto nella loro tomba di famiglia, al cimitero di Bonamorone, una ragazza di 17 anni, proveniente dall’Eritrea, annegata con i suoi familiari nel Mediterraneo nella strage del 3 ottobre 2013 a Lampedusa. “E’ stata un’idea spontanea. Dopo la tragedia bisognava dare degna sepoltura ai morti”, racconta la signora Amalia Vullo spiegando di aver subito condiviso l’idea con suo marito e con i due figli che si sono subito trovati d’accordo.

amalia-vullo-gelardiKiflay Wegahta, bella, piena di sogni, era in fuga dall’Eritrea e cercava un futuro in Europa. Prima di potersi imbarcare per Lampedusa fu sequestrata in Sudan e segregata in Libia insieme ad altri profughi tra cui il fratello. In entrambi i casi i profughi hanno dovuto pagare un riscatto attraverso i parenti all’estero: 3.300 dollari la prima volta, 1.600 la seconda. Hanno subito umiliazioni, violenze e torture. Poi il viaggio della speranza stipati come bestie su una imbarcazione libica e il sogno naufragato nelle acque del mare di Lampedusa, davanti all’Isola dei Conigli. Quella del 3 ottobre 2013 è una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. Il naufragio provocò la morte di 368 persone, circa 20 dispersi presunti. Furono salvati 155 superstiti, di cui 41 minori (uno solo accompagnato dalla famiglia).

Tra i superstiti anche il fratello di Kiflay Wegahta, Merhawi, la cui testimonianza ha poi contribuito all’arresto del somalo Elmi Mouhamud Muhidin, che faceva il “predatore” di migranti. Erano stati lui e il suo gruppo criminale, con ramificazioni dalla Libia al cuore dell’Africa, a rapire in Sudan Kiflay Wegahta e il gruppo di profughi che cercavano un futuro in Europa e hanno trovato la morte nel Mediterraneo. “Per me e mia sorella hanno ricevuto da mio padre 6.600 dollari”, raccontò Merhawi agli inquirenti. “Per lasciare la prigione in Sudan – spiegò il giovane eritreo – più 3.200 dollari per essere imbarcati verso la Sicilia, tramite miei parenti in Israele contattati dai genitori”. Con l’aiuto di un giornalista della Rai i coniugi Gelardi hanno poi trovato i fratelli sopravvissuti della giovane eritrea sepolta ad Agrigento nella loro tomba di famiglia. L’incontro tra di loro è stato emozionante: “Ci siamo abbracciati”, racconta la signora Amalia. Oggi vivono in Norvegia e hanno già ottenuto la cittadinanza. I figli di Giuseppe e Amalia mantengono i contatti con i fratelli eritrei su Facebook. Una storia esemplare premiata con il riconoscimento speciale di Dresda che contraddistingue ancora una volta Agrigento come terra di accoglienza, solidarietà e integrazione. Sia per i vivi, che per i morti.