Luigi Pirandello: “Uno, nessuno e centomila” sin dalla nascita

Un destino segnato sin dalla nascita quello di Luigi Pirandello. Certificata sin dalla registrazione all’anagrafe la “doppiezza” del drammaturgo agrigentino, quel suo essere “Uno, nessuno e centomila” dal romanzo lui definì come il “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Per ironia della sorte, è indicato al plurale – “Pirandelli” – il cognome riportato nell’atto di nascita del drammaturgo e della relativa trascrizione la cui foto è stata pubblicata ieri sul sito istituzionale del Comune di Agrigento, nell’apposito spazio dell’home page dedicato alle manifestazioni per il 150° anniversario della nascita di Luigi Pirandello. Il documento è conservato nell’Archivio storico comunale “Salvatore La Rocca” in piazzale Aldo Moro. Luigi Pirandello, come emerge dall’atto di nascita, è nato alle “ore tre ed un quarto antimeridiane” del 28 giugno 1867, “nella cascina della Villa Chaos” da donna Caterina Ricci Gramitto di anni 31 e da don Stefano Pirandello di anni 32 “di professione negoziante domiciliato e residente in Girgenti strada San Pietro”. Dall’atto, che si può scaricare sul web all’indirizzo www.comune.agrigento.it/150-luigi-pirandello, emerge una particolarità nel cognome riportato, cioè “Pirandelli”, al plurale, come quelle “maschere” che hanno caratterizzato l’opera pirandelliana. Il cognome sarà successivamente corretto in Pirandello con le procedure burocratiche previste. Una “doppiezza”, un “mescolamento di maschere”, che accompagnerà il premio Nobel dalla nascita fino alla morte, con la pirandelliana storia delle sue ceneri. “Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”, scrisse Pirandello prima di morire esprimendo i ldesiderio che le sue ceneri fossero disperse senza cerimonie. Le volontà espresse furono rispettate, tranne quello dello spargimento delle ceneri poi tumulate al cimitero del Verano a Rom dove rimasero per undici anni. Dopo travagliate vicende, nel 1947, giunsero finalmente ad Agrigento le ceneri di Pirandello, il vescovo si rifiutava di benedirle a meno che non fossero trasferite da quel pagano vaso greco e messe in una normale bara cristiana. Nella bara però la cassa con il vaso delle ceneri non entrava. Si tolse allora il vaso che fu sistemato nella piccola cassa e i funerali furono celebrati con una grande cerimonia. In attesa della costruzione del monumento funebre la cassa fu sistemata nella casa natale di Pirandello. Il monumento fu pronto solo quindici anni dopo, nel 1962 quando, alla presenza di personalità come Leonardo Sciascia e Salvatore Quasimodo le ceneri furono trasferite in un cilindro metallico che fu inserito all’interno del monumento. Ci fu una qualche difficoltà a mettere le ceneri nel cilindro perché dopo ventisei anni si erano calcificate e si dovettero scalpellare per polverizzarle di nuovo. Il cilindro però era troppo piccolo per contenere tutte le ceneri, quelle che avanzarono andarono disperse come desiderava Pirandello. Si arriva così al 1994, quando vaso greco riportato ad Agrigento si rinvenne una piccola quantità rimasta delle ceneri che si ebbe l’idea di sottoporre all’esame del Dna. Dall’analisi risultò che le ceneri, oltre quelle di Pirandello, appartenevano a corpi diversi, e quelle, per la cremazione avvenuta in comune, ora riposavano mescolate alle sue.