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Il presunto boss telefona al comandante della polizia municipale per fare togliere la multa al figlio che circolava con lo scooter senza il casco e senza l’assicurazione. Il capo dei vigili urbani di Cattolica Eraclea, Pasquale Campisi, e il suo vice Antonino Campisi, non sapendo che il telefono di Antonino Grimaldi era intercettato dalla squadra mobile, che tre anni più tardi lo arrestò con l’accusa di associazione mafiosa, chiudono la questione in maniera amichevole. Niente multa al ragazzo, pensando che nessuno lo avrebbe mai saputo. I due rappresentanti delle forze dell’ordine, invece, sono finiti a processo per omissione di atti di ufficio ma sono stati assolti. Il giudice dell’udienza preliminare Alessandra Vella ha ritenuto che la circostanza, inequivocabile dal contenuto delle intercettazioni della squadra mobile, in cui si sente nitidamente il presunto boss di Cattolica, ritenuto uno dei punti di riferimento di Cosa Nostra in quel versante della provincia, chiedere al comandante di “risolvere la questione del figlio”, fermato dal suo vice. Il ragazzo si era premurato di chiamare subito il padre e il problema, in effetti, sembrava superato.

L’episodio, risalente al 25 ottobre del 2013, è solo uno dei tanti finiti al centro di un’inchiesta parallela a quella soprannominata “Icaro” che, fra il dicembre del 2015 e i mesi successivi, ha fatto scattare decine di arresti nei confronti dei presunti nuovi componenti delle famiglie di Cosa Nostra. La polizia indagava su nuovi e vecchi boss della provincia e teneva sotto controllo Antonino Grimaldi, 50 anni, di Cattolica, ritenuto molto vicino al boss Pietro Campo, secondo gli inquirenti tornato “operativo” dopo avere scontato la condanna. Trattandosi di un episodio che nulla aveva a che vedere con la competenza della Direzione distrettuale antimafia è stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Agrigento che ha istruito un processo. Nel fascicolo sono confluiti altri episodi spiccioli di criminalità che hanno come protagonisti lo stesso Grimaldi, persone vicine a lui e, in alcuni casi, contigue ad ambienti di mafia.

Oltre a Grimaldi e ai Campisi c’erano altri sei imputati. I due Campisi sono stati assolti con rito abbreviato. I difensori, gli avvocati Santo Lucia e Pietro Piro, avevano sollecitato questo verdetto (il pm, invece, aveva chiesto la condanna a 8 mesi) sostenendo che “la mancata contravvenzione non integrava una delle ipotesi previste dalla legge come omissione di atti di ufficio”. Gli altri sette imputati, compreso Grimaldi, sono stati rinviati a giudizio. Si tratta di Antonino Putrino, 38 anni, di Bronte (Catania), Salvatore Putrino, 44 anni, di Maletto (Catania), Rosario Salvatore Cantali, 44 anni, anche lui di Bronte, Stefano Alessandro Rizzo, 41 anni, di Santa Elisabetta, Gaetano Fiorino, 47 anni, di Cianciana, e Gerlando Fragapane, 25 anni, di Santa Elisabetta.

Intercettando Grimaldi si scoprirono una serie di altri reati. Lo stesso, insieme a Rizzo, ad esempio, avrebbe riciclato un fuoristrada rubato alterando il telaio. Antonino Putrino, Cantali, lo stesso Grimaldi, Rizzo e Fiorino avrebbero messo in piedi un giro di riciclaggio con modalità simili, sempre relativo ad auto. Grimaldi, Fragapane, Rizzo e Salvatore Putrino sono accusati di furto perché avrebbero rubato un carrello di uso agricolo in un’officina di Santa Elisabetta. Fragapane e Rizzo, il 10 dicembre del 2011, avrebbero rubato un altro carrello nelle campagne di Santa Elisabetta. Un’altra accusa, nata per caso dalle intercettazioni a suo carico, per la quale Grimaldi affronterà un processo per falso e truffa scaturisce dall’avere simulato la frattura di un dito sul lavoro, nell’esercizio della sua attività di imprenditore agricolo, per ottenere un indennizzo dall’Inail di circa 6 mila euro.

Fonte: Giornale di Sicilia

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