Mafia a Porto Empedocle, Anna Messina torna in libertà

Sono scaduti i termini di custodia cautelare: Anna Messina, 38 anni, sorella del boss Gerlandino, dopo l’annullamento con rinvio della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, torna in libertà. I giudici della terza sezione della Corte di appello, come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, hanno revocato gli arresti domiciliari alla quale la donna era sottoposta ininterrottamente dal 6 febbraio del 2014. La scorsa settimana la Cassazione, accogliendo in parte il ricorso del difensore, l’avvocato Salvatore Pennica, ha disposto un nuovo processo di appello per la donna, accusata di avere smistato messaggi e direttive per conto del fratello durante la latitanza. In appello, peraltro, i giudici avevano concesso le attenuanti generiche riducendo la pena (già diminuita di un terzo per effetto del giudizio abbreviato) da sei a cinque anni. Il fatto che il processo sia “regredito” all’appello ha fatto scadere i termini di custodia cautelare. In base al codice fra la sentenza di primo grado e quella di appello i termini sono fissati in due anni. La sentenza di primo grado è stata emessa il 14 febbraio del 2015, essendo stata annullata quella di appello il termine si deve intendere scaduto da quasi sei mesi. La donna, che ha evitato il carcere perché madre di bimbi in tenera età, e che nel frattempo fu anche arrestata per evasione ed è tuttora sotto processo per questa accusa, da ieri è totalmente libera. L’avvocato Pennica ha sempre insistito per l’assoluzione spiegando che «i rapporti fra la donna e il fratello, delineati dal contenuto dei pizzini trovati nel luogo dove é stato arrestato, dimostrano solo dei contatti di natura familiare che nulla hanno a che vedere con l’associazione mafiosa ma al massimo possono integrare un favoreggiamento, che la legge non punisce fra familiari». Una tesi che non è passata né in primo grado, né in appello ma che in Cassazione – anche se bisognerà attendere le motivazioni – potrebbe avere attecchito almeno in parte.

La vicenda sarà ridiscussa interamente in Corte di appello, nel frattempo la donna è tornata libera anche se nei suoi confronti sarà applicata la sorveglianza speciale che prevede alcune restrizioni della libertà personale fra cui il divieto di uscire da casa negli orari serali e l’obbligo di dimora nel proprio comune di residenza. La misura di prevenzione personale – come si legge sul Giornale di Sicilia – le era stata inflitta negli anni scorsi in ragione della sua «pericolosità sociale» che sta alla base del provvedimento. L’indagine a suo carico scaturisce dall’arresto del fratello Gerlandino. Le teste di cuoio dei carabinieri, il 23 ottobre del 2010, lo hanno catturato in una palazzina di Favara ponendo fine alla sua latitanza iniziata nel 1999, quando scattò la maxi operazione Akragas che poi si concluse con la sua condanna all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Il ritrovamento, nell’ultimo covo, di numerosi pizzini contenenti messaggi e direttive sulla gestione di appalti e sull’imposizione del pizzo ha confermato l’ipotesi degli inquirenti di trovarsi di fronte a un boss pienamente operativo che da qualche mese aveva completato la sua scalata al vertice diventando capo di Cosa Nostra provinciale. Gerlandino Messina avrebbe continuato a gestire, imponendo racket e subappalti, importanti lavori come il raddoppio della strada statale 640 o le opere preliminari alla costruzione del rigassificatore di Porto Empedocle che non è stato mai realizzato. La sorella lo avrebbe aiutato, non solo come fiancheggiatrice, circostanza che di per sé sarebbe irrilevante, ma come concorrente esterna di Cosa Nostra dando un contributo concreto, pur non facendone parte, attraverso lo smistamento di ordini e direttive agli altri associati.