Teatro, “La veru storia della Baronessa di Carini” a Montevago il 27 luglio

“La veru storia della Baronessa di Carini” della Compagnia Popolare Aromi di Sicilia giovedì 27 luglio in scena a Montevago. In scena – ne “La vera storia della Baronessa di Carini“, atto unico liberamente tratto dal musical di Tony Cucchiara – Marianna Ragusa, Franco Colletti, Antonella Licata, Mario Di Campo, Norina Daino, Angelo Tortorici, Liliana Ragusa, Carmelo Randisi, Francesca Calà, Gianluigi Loria, Franco Mangiapane, Antonella Zambito. Assistente di scena Giuseppe Grassia. Regia di Franco Colletti.

La storia della Baronessa di Carini

Laura Lanza di Trabia, più nota come la baronessa di Carini (nata Trabia il 7 ottobre 1529, morta a Carini il 4 dicembre 1563), è stata una nobile italiana, protagonista di una famosa e tragica vicenda siciliana. Primogenita del barone di Trabia e conte di Mussomeli Cesare Lanza e di Lucrezia Gaetani: ebbe una sorella, Giovanna, e due fratellastri, Ottavio (primo principe di Trabia, da cui discendono gli attuali componenti della famiglia, fece costruire a Mussomeli il palazzo nel borgo, a causa delle precarie condizioni del castello) e Margherita, nati dal secondo matrimonio del padre con Castellana Centelles. Nata nel castello di Trabia, visse l’adolescenza nel palazzo gentilizio di Palermo. Non avendo avuto, per il momento, eredi maschi, il Lanza combinò le sue nozze con un membro di una facoltosa e blasonata casata. Il 21 dicembre 1543, all’età di 14 anni, infatti, Laura andò in sposa, in Palermo, a don Vincenzo II La Grua-Talamanca, figlio del barone di Carini Pietro III e di Eleonora Manriquez, e si trasferì nel loro avito castello dove visse per vent’anni e nacquero i suoi otto figli.

Vittima di un matrimonio mal combinato, Laura intrecciò una lunga relazione con Ludovico Vernagallo, cugino del marito e di rango inferiore, ma che conosceva e apprezzava da tempo: secondo la tradizione (confortata dal rinvenimento dell’atto di morte della coppia da parte del parroco della chiesa madre di Carini Vincenzo Badalamenti), il padre li sorprese insieme e li uccise o li fece uccidere. I cantastorie siciliani si dolevano perché la baronessa, colpita al petto, si toccò la ferita e, appoggiandosi al muro con la mano, vi lasciò un’impronta insanguinata, secondo la leggenda raccontata su Wikipedia.

Un canto popolare di autore anonimo del secolo XVI così rimpiangeva, in una delle strofe, la drammatica morte di Laura Lanza:

«Vurria ‘na canzunedda rispittusa, chiancissi la culonna a la me casa; la megghiu stidda chi rideva in celu, anima senza cappottu e senza velu; la megghiu stidda di li Serafini…povira Barunissa di Carini!»

L’amaro caso della signora di Carini non fu subito di dominio pubblico: la potenza delle famiglie coinvolte mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte. Il vedovo si risposò subito con Ninfa Ruiz rinnovando alcune stanze del castello e cancellando le tracce che potevano ricordargli la prima moglie. Si racconta che, a prova dell’omicidio, si troverebbe custodita nell’archivio della chiesa madre di Carini una lettera scritta dallo stesso padre al re di Spagna Filippo II. Don Cesare Lanza di Trabia fu assolto in virtù della legge vigente e l’anno successivo insignito del titolo di conte di Mussomeli.

Secondo la tradizione locale la baronessa sarebbe stata tumulata nella cripta dei La Grua sotto l’altare maggiore della chiesa madre carinese. Nel 2014, però, il grafologo del Tribunale di Palermo Carmelo Dublo ha provveduto ad analizzare gli antichi documenti disponibili, al fine di rinvenire nuovi elementi utili all’individuazione della reale tomba, con il valido ausilio del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri di Messina. L’attenzione si è concentrata sulla chiesa di Santa Cita a Palermo: nella cripta dei Lanza sono sepolti, invero, il nonno paterno della baronessa, Blasco, il padre Cesare con la seconda consorte, il fratellastro Ottavio. Sotto il sepolcro dell’avo è posizionato un artistico sarcofago anonimo con lo stemma di famiglia e la statua giacente di una giovane donna che si ritiene, quando saranno concluse le indagini, possa essere quello di Laura.

Il funesto fatto di cronaca all’epoca ebbe molto risalto, ispirando poemetti e scritti storici, fra i quali quelli del medico e folclorista palermitano Salvatore Salomone Marino (1847-1916) che cercò di togliere la baronessa dalla leggenda. Nel 1975 la vicenda è stata adattata per la televisione nello sceneggiato Rai L’amaro caso della baronessa di Carini, diretto da Daniele D’Anza, interpretato da Ugo Pagliai e Janet Agren. Nel 2007 ne è stata fatta una nuova versione televisiva, trasmessa da Rai Uno, La baronessa di Carini, con la regia di Umberto Marino, gli attori Vittoria Puccini e Luca Argentero nelle parti dei protagonisti.

Un musical è stato realizzato dal cantautore e attore siciliano di fama nazionale Tony Cucchiara. Dal suo testo è liberamente ispirato il musical messo in scena dalla compagnia popolare Aromi di Sicilia di Cattolica Eraclea che ha già ricevuto diversi premi e riconoscimenti.