Donna uccisa da carabiniere dopo avere ferito il figlio, no al risarcimento per il marito

Anche in sede civile è stata esclusa ogni responsabilità del carabiniere che è intervenuto nella vicenda relativa alla morte di Rosetta Caternicchia, la riberese di 37 anni che, nel 2013, aveva aggredito il figlio di 10 anni a colpi di forbice e che, successivamente, è morta dopo una lunga degenza ospedaliera. La prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo, come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, ha condiviso la ricostruzione dei fatti contenuta nella sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo, rigettando l’appello del marito della donna e la richiesta di quantificare i danni in un milione e mezzo di euro. I giudici d’appello hanno operato, nella sentenza, una ricostruzione della vicenda fin da quando, durante quella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 2003, i carabinieri sono intervenuti nella via Indirella di Ribera, dove hanno trovato due persone, vicini di casa della famiglia della donna, le quali avrebbero trattenuto la Caternicchia, in stato di agitazione. La donna, secondo la ricostruzione, impugnava grosse forbici da sarto ed era accompagnata da un cane pit-bull.
Il figlio della donna si trovava all’interno della casa. Durante quelle fasi la Caternicchia avrebbe profferito espressioni minacciose nei confronti del carabiniere ed avrebbe tentato di colpirlo. È in questa fase che il carabiniere ha esploso due colpi di pistola agli arti inferiori della donna. Per i giudici della prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo deve ritenersi che la decisione sia stata presa dal militare per neutralizzare la donna ed evitare ulteriori pericoli non solo a sé, ma anche per le altre persone presenti. La stessa avrebbe anche aizzato il cane contro i carabinieri che poi hanno abbattuto l’animale. I giudici di appello sostengono che non può attribuirsi valore decisivo alla circostanza, dedotta dall’appellante, secondo cui il carabiniere, al momento del suo intervento, aveva una grande libertà di movimenti. Ed a questo proposito rilevano che il carabinere ha prima fronteggiato la donna, cercando di indurla a desistere dalla sua condotta, e che solo quando quest’ultima ha cercato di colpirlo ha esploso i due colpi, mirando agli arti inferiori. Una decsione, secondo i giudici, finalizzata a neutralizzare la donna e ad evitare ulteriori pericoli per sé e per le altre persone presenti. E neutralizzare la donna, secondo la ricostruzione operata dai giudici, consentiva anche di prestare in tempi rapidi i necessari soccorsi al figlio. Per i giudici d’appello deve quindi riternersi che il carabiniere abbia agito nell’adempimento del suo dovere e la sua condotta sia stata scriminata dall’uso della legittima difesa e dall’uso legittimo delle armi.
Il carabiniere in sede penale era stato assistito dagli avvocati Maurizio Gaudio e Giovanna Craparo e dinanzi ai giudici della prima sezione della Corte di Appello di Palermo è stato rappresentato dagli avvocati Salvatore Craparo e Luciano Augello, dello studio Di Paola. Si sono costituiti nel giudizio il ministero della Difesa, rappresentato dall’avvocatura distrettuale dello Stato, la Zurich Insurance e il Fondo assistenza previdenza e premi per il personale dell’Arma dei Carabinieri. L’appellante è stato condannato a rifondere le spese processuali sostenute dal carabiniere nel secondo grado di giudizio. La vicenda ha destato una grande impressione a Ribera fin dalla prima fase con tanta gente in apprensione nei confronti dei feriti. Rosetta Caternicchia dopo un periodo di ricovero all’ospedale di Ribera è stata trasferita, successivamente, in un altro noscomio, quello di Modica, dove è deceduta il 21 marzo del 2003. La vicenda, in sede civile, non si è comunque conclusa perché ci sarà un altro grado di giudizio essendo stato presentato ricorso per Cassazione.