Mafia, Cutrò: “Niente lavoro a mia figlia perché io testimone di giustizia”

Le sarebbe stato negato un posto di lavoro da cameriera a Bivona, perché figlia di un testimone di giustizia che ha denunciato e fatto arrestare alcuni boss mafiosi. Il titolare della pizzeria dove la ragazza doveva lavorare non avrebbe gradito la «ronda» dei carabinieri di scorta alla ragazza. E’ il caso della figlia di Ignazio Cutrò, raccontato dallo stesso testimone di giustizia e Presidente dell’associazione che raggruppa i testimoni di giustizia, cioè quelle persone che hanno denunciato i mafiosi. La storia è raccontato oggi sul Giornale di Sicilia in edicola. Ignazio Cutrò è l’ex imprenditore che ha denunciato le estorsioni subite consentendo agli investigatori di iniziare le indagini sfociate poi con il processo «Face off» che si è concluso con la condanna di esponenti della mafia della bassa Quisquina. Ma Cutrò non si è limitato solo alle denunce. Ha svolto senza sosta un’azione capillare, non solo in Sicilia ma anche nel resto del Paese, di diffusione della cultura della legalità. Ha partecipato a numerosi incontri con giovani, studenti, imprenditori, gente comune. Un’azione volta a incoraggiare a denunciare i casi di estorsioni. «È tutta colpa mia», si sfoga Cutrò. «È tutta colpa mia: con grande umana sofferenza devo evidenziare l’ennesimo boccone amaro che la mia famiglia è costretta a inghiottire dopo avere appreso la notizia che una proposta, seppur informale, di lavoro seppur temporaneo è stato rifiutato a mia figlia Veronica per colpa di avere un padre che ha denunciato la mafia della Bassa Quisquina, per essere scortata dell’Arma dei Carabinieri?»” Veronica, 25 anni, diplomata e specializzata in pasticceria, doveva sostituire una ragazza che si era licenziata. Per Cutrò la vera motivazione del diniego del commerciante non è tanto che c’erano i carabinieri di scorta, ma «Per qualcosa di molto più grave – dice. Ve li dico con le parole del comico siciliano Pino Caruso che dall’alto dei suoi ottanta anni scrive che “se tu sei una persona onesta allora nessuno, in virtù della tua onestà, si fiderà più di te”. Ecco accade che in Sicilia si capovolga la realtà, il senso logico del vivere civile per cui, siccome hai denunciato e testimoniato nei processi contro i mafiosi del tuo paese non sei degno della stima e del rispetto di molti tuoi concittadini. Accade pure, è questa è la parte più vergognosa, che nemmeno i tuoi figli si salvano dal disprezzo e dell’isolamento. Fa molto male tutto questo: mi fa male come padre, fa tanto male come cittadino italiano e come bivonese». Cutrò rievoca tutta la sofferenza di questi anni ma non si pente di aver denunciato i mafiosi del luogo. Nonostante le amarezze. «Non per nulla da tempo ho chiesto sostegno e aiuto a chi sostegno e aiuto può dare alla famiglia Cutrò. Pacche sulle spalle ne ho ricevute tante ma quasi sempre accade che le pacche fanno alla pari con gli schiaffi presi. Aiuto nè tantomeno sostegno sono arrivati alla mia famiglia. Non così posso dire degli schiaffi che continuano ininterrottamente a colpire le radici più importanti per un genitore: i propri figli. Da genitore sono consapevole che nessun figlio deve “pagare le colpe dei padri”, non pronuncerei mai ne tantomeno augurerei mai ai figli dei miei nemici di vivere il disprezzo e l’isolamento solo perché figlio o figlia di un mafioso. Cosi prendendo in prestito la logica di un gioco “Il Vinciperdi”: vivo la mia vita ben sapendo che nonostante molti mi considerino un perdente io dico che nella vita di un uomo onesto anche se hai totalizzato il punteggio più basso sarai per questo motivo un vincente».