Delitto Miceli, la difesa chiede scarcerazione dell’arrestato: “Perché non indagare pista alternativa?”

“Il luogo del delitto è stato contaminato con delle tracce organiche che non appartengono all’indagato ma addirittura a un familiare della vittima, perché non indagare su questa versione alternativa? Il quadro indiziario, per questo e per altri motivi, appare molto precario”. Lo sostengono, secondo quanto riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, gli avvocati Santo Lucia e Giovanna Morello, difensori di Gaetano Sciortino, 53 anni, l’operaio di Cattolica Eraclea arrestato il 20 ottobre con l’accusa di avere brutalmente ucciso a colpi di oggetti contundenti il marmista Giuseppe Miceli, 67 anni, hanno chiesto la scarcerazione dell’indagato. L’udienza si è tenuta ieri mattina al tribunale della libertà al quale i legali hanno chiesto ai giudici di annullare il provvedimento restrittivo emesso dal gip Stefano Zammuto su richiesta del pubblico ministero Silvio Baldi. Lo stesso magistrato della Procura era presente e ha replicato ai difensori. La battaglia processuale è durata oltre due ore, i giudici decideranno entro lunedì se confermare l’ordinanza cautelare o rigettarla.

Miceli è stato ucciso nel suo laboratorio a Cattolica il 6 dicembre del 2015. I carabinieri, guidati dalla Procura, lo tenevano d’occhio da tempo. Sciortino è stato pedinato e intercettato perché i sospetti sono caduti subito su di lui. La vittima, secondo quanto ipotizzano gli inquirenti, sarebbe stata a sua volta pedinata dal suo omicida per tre ore e l’auto immortalata dalle telecamere di videosorveglianza sarebbe stata di Sciortino. Poi l’assassino sarebbe entrato in azione con modalità particolarmente crudeli. Miceli è stato colpito al volto e alla testa con diversi oggetti contundenti, fra cui un booster e un piatto di marmo.

“Nella pozza di sangue, però, – hanno ribadito ieri i legali – non ci sono tracce biologiche di Sciortino ma, piuttosto, di un familiare della vittima che peraltro è notorio avesse problemi economici. Perché non indagare su questa ipotesi alternativa?”. Dopo l’omicidio, – secondo quanto ricostruito dalle indagini dei carabinieri – si è scoperto che alcuni familiari di Sciortino avrebbero distrutto e disperso in aperta campagna alcuni strumenti di lavoro (punte di trapano), risultati essere poi di proprietà di Miceli. Un episodio che ha attirato ancora di più l’attenzione dei carabinieri che dunque hanno concentrato le investigazioni su Sciortino.

Resta ancora da chiarire il movente. La Procura ipotizzava che l’omicidio d’impeto sarebbe stata la conseguenza di una rapina ma il gip ha ritenuto insussistenti gli indizi. Una delle prove principali sarebbe il ritrovamento di una scarpa in una discarica: secondo gli inquirenti sarebbe stata quella che avrebbe utilizzato l’assassino e che Sciortino, intercettato e controllato col gps, avrebbe tentato di far sparire non riuscendovi perché incontrò un conoscente e dovette cambiare strada. Niente tracce organiche sulla scarpa ma il numero (43) sarebbe lo stesso che calza Sciortino. “La misurazione della suola e della pianta del piede del nostro assistito – hanno sottolineato i difensori – differiscono di tre centimetri”. Il pm Baldi ha replicato: “Ma la misurazione è stata artigianale ed è da intendere con approssimazione”.