Furti e rapine danneggiano le imprese, perdite maggiori in provincia di Agrigento

Furti e rapine nel 2016 hanno danneggiato le imprese in Italia che operano nel settore retail per 2,3 miliardi di euro, circa l’1,1% del fatturato. Se a questi dati si aggiunge anche il valore del bene rubato e non venduto, il dato sale a 3,4 miliardi di euro. Tradotto, significano circa 26 milioni di euro a testa per i primi 50 retailer italiani per fatturato e ben 56 euro a cittadino. Sono questi i principali dati emersi da uno studio realizzato da Crime&tech, spin-off di Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con il Laboratorio per la Sicurezza e il supporto di Checkpoint, società specializzata in cybersecurity. Dati rilanciati oggi dall’Adnkronos. Il comparto che registra la più alta differenza inventariale è quello dell’abbigliamento fast fashion, con una percentuale dell’1,39%, seguito dalla grande distribuzione organizzata (1,31%). Sono invece meno presi di mira i comparti degli articoli sportivi e dell’abbigliamento di lusso, entrambi allo 0,52%. A livello territoriale, la provincia dove si registrano le perdite maggiori è quella di Agrigento, seguita da Parma, Como, Siena e Brindisi. Guardando alle regioni, quelle con più differenze inventariali sono Campania e Puglia, entrambe a 1,4%, seguite dall’Emilia Romagna all’1,3%.

Per commettere furti, il metodo più utilizzato sono le borse schermate. Mentre analizzando le fasce di età e il sesso dei ladri, gli uomini che hanno commesso lo scorso anno il maggior numero di taccheggi hanno tra i 18 e i 25 anni e tra i 26 e 40 anno. Le donne, invece, hanno in media tra i 26 e 40 anni. I primi hanno rubato maggiormente nei negozi di fai da te, nelle aree di servizio e negli store di lusso, le altre hanno preferito i negozi di bellezza e cosmetica, quelli di abbigliamento e calzature. Entrambi i sessi provengo per la maggior parte dall’Est dell’Europa. Chiaramente, gli oggetti che sono stati sottratti illegalmente sono stati quelli con il rapporto più alto tra minore dimensione e valore economico, perché più facilmente occultabili e rivendibili. Nel corso del 2016 sono state viste aumentare, sostiene lo studio, le micro bande organizzate nei furti, più dei veri e propri gruppi criminali. I soggetti esterni, quindi, sono stati la causa maggiore di taccheggio, seguiti dai dipendenti infedeli e poi dai corrieri e dai fornitori. Mentre sono stati meno frequenti gli errori amministrativi e contabili.

Lo scorso anno, però, non tutti i furti sono andati a segno. Ne sono stati infatti sventati in media 83 per negozio, con punte di 183 nella provincia di Milano. La Lombardia, inoltre, è risultata la regione con più controlli andati a buon fine, 134 in media a store. Ma come ci si difende? Intanto, spendendo: i sistemi di sicurezza sono costati nel 2016 lo 0,5% del fatturato, anche se con differenze sensibili tra settori. A costare di più sono stati i comparti dell’abbigliamento e dell’intimo e quello dei negozi presenti nelle stazioni di servizio. Meno pesante la spesa che è stata affrontata negli store dell’abbigliamento di lusso. Il sistema più utilizzato è quella della video sorveglianza, utilizzato dal 100% dei negozianti, seguito da impianti di allarme (89%) e dalle placche antitaccheggio (83%).

Per quanto riguarda le borse schermate, ”queste sono una minaccia sempre crescente” ma ”la tecnologia oggi ”permette di utilizzare antenne antitaccheggio che possono integrare dei rilevatori di borse schermate che quindi ne segnalano l’ingresso nel punto vendita. Inoltre tramite software che permettono la raccolta e l’analisi di eventi all’interno del punto vendita è oggi possibile mettere in atto una serie di ”contromosse” per prevenire o ridurre questo tipo di fenomeni criminali”, spiega all’Adnkronos Alberto Corradini, Country Manager Italia di Checkpoint Systems. Mentre, anche se non c’è un focus preciso dello studio sulla destinazione della merce, ”sicuramente la maggior parte dei furti è attribuibile a episodi di taccheggio minori, controllabili con sistemi di sicurezza tradizionali e spesso destinati al consumo personale o alla rivendita sul mercato illecito・, dice sempre all’Adnkronos Michele Riccardi, founding partner and administrator di Crime&tech. ”Lo studio però ha anche rilevato un aumento dei furti ad opera di micro-bande e di gruppi organizzati. Come anche dimostrato da alcune recenti indagini dell’autorità giudiziaria (ad esempio in ambito farmaceutico, alimentare o dell’elettronica), in questi casi è possibile che i prodotti rubati, riciclati con l’ausilio di società compiacenti o fittizie, anche registrate all’estero, possano tornare sul mercato legale, in Italia o fuori confine”, conclude Riccardi.