Terremoto del Belice: mancata ricostruzione e sperperi senza colpevoli, il caso è chiuso

Tra archiviazioni, proscioglimenti, e assoluzioni le inchieste sulla ricostruzione del Belice si sono concluse senza colpevoli. L’ultima sentenza su quello che i giornali hanno descritto come un caso emblematico del “sacco del Belice” – come riporta l’Ansa – e’ stata emessa 28 anni fa: tutti assolti gli imputati, che erano stati arrestati con accuse molto pesanti. Da allora non e’ accaduto piu’ nulla. Cosi’ si puo’ dire che, almeno sul fronte giudiziario, il caso Belice e’ dal 1990 definitivamente chiuso. Ben altre erano le aspettative suscitate dalle numerose iniziative della magistratura. La commissione di inchiesta del Senato aveva elencato nel 1981 oltre una trentina di casi aperti negli uffici giudiziari di Trapani, Agrigento, Sciacca, Marsala e Palermo. Un’indagine complessiva sui ritardi e sulle distorsioni dei piani di ricostruzione non c’e’ mai stata. Sono state invece aperte inchieste che hanno messo a fuoco solo casi particolari. E questa lettura parcellizzata ha impedito che il giudizio politico, fortemente critico, su cio’ che nel Belice e’ accaduto trovasse riscontro nelle aule di giustizia. Anche dai singoli casi e’ stato pero’ possibile ricavare una visione d’insieme sulle cause del grande scandalo.

Da un’analisi dei tanti filoni giudiziari aperti la commissione del Senato ha fissato le distorsioni piu’ emblematiche: “la abnorme dilatazione della spesa, la ipertrofia delle perizie suppletive e di variante, l’ampiezza patologica delle proroghe, la cattiva esecuzione delle opere, la inefficienza dei controlli sull’attivita’ degli appaltatori”. Sotto la lente di ingrandimento dei magistrati era finita soprattutto la gestione degli appalti con l’opaco corollario di affari, scambi di favori tra politici e imprenditori, interessi illeciti, clientele. Tutto questo ha comportato una dilatazione della spesa che sfugge a un calcolo sistematico. Ma un’idea sulle cause che hanno inceppato la macchina della ricostruzione e sulla dilatazione della spesa si puo’ ricavare almeno da due casi. A Menfi la costruzione di un lotto di case popolari doveva essere ultimata nell’agosto 1972. Ma i lavori si sono protratti fino alla fine del 1975 e sono costati un miliardo e 747 milioni di lire contro i 378 milioni preventivati. Ancora piu’ grave il caso di Salemi, uno dei paesi meno danneggiati dal terremoto. L’Ises, l’ispettorato per le zone terremotate creato per coordinare la ricostruzione, aveva appaltato due lotti per 135 alloggi popolari. Ma sull’appalto all’impresa di Giuseppe Pantalena aveva indagato il pm Giangiacomo Ciaccio Montalto (poi ucciso dalla mafia nel 1983) e l’inchiesta era sfociata nell’arresto dello stesso Pantalena, del direttore dei lavori Giovanni La Rocca e di tre funzionari: Arrigo Fratelli, capo dell’Ises, Salvatore Maligno e Stefano Tedesco del Genio Civile di Trapani. Erano accusati a vario titolo di avere messo in piedi un sistema di aumenti ingiustificati fino al 35%. Il resto lo avevano fatto le perizie di variante che, oltre a ritardi consistenti, avevano provocato una lievitazione dei costi da 2 miliardi e 720 milioni di lire a 8 miliardi e mezzo. Dopo le condanne di primo grado, tutti sono stati poi assolti nel 1990 a 22 anni dal terremoto e 12 dall’avvio dell’inchiesta.

Sul grande affare del terremoto e’ sempre aleggiata l’ombra degli interessi criminali e in qualche caso mafiosi. Ma solo in un caso il coinvolgimento di Cosa nostra e’ stato dimostrato in un processo che non riguardava direttamente l’affare della ricostruzione ma l’uccisione del giornalista Mario Francese che per il Giornale di Sicilia aveva curato un’inchiesta sui terreni sui quali e’ stata costruita la diga Garcia. Francese aveva rivelato che su una delle opere per le quali erano state promosse da Danilo Dolci grandi mobilitazioni popolari Toto’ Riina aveva organizzato un sistema di appropriazione dei terreni da espropriare. Francese, hanno poi accertato i giudici che hanno condannato Riina all’ergastolo, sarebbe stato eliminato proprio per avere rivelato l’interesse della mafia sulla diga che ora e’ intestata proprio al giornalista.