Belice, il discorso del sindaco di Montevago a 50 anni dal terremoto

A Montevago il discorso del sindaco Margherita La Rocca Ruvolo dopo la messa per commemorare le vittime del terremoto de Belice. Un rito officiato nel pomeriggio dall’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, e dai vescovi di Monreale, Trapani, Mazara del Vallo e Piana degli Albanesi, rispettivamente Michele Pennisi, Pietro Maria Fragnelli, Domenico Mogavero e Giorgio Demetrio Gallaro. Dopo una fiaccolata tra le strade del paese.

“Queste macerie narrano la tragedia della distruzione e dell’annullamento. Qui il tempo si è fermato e ha resistito, nel contempo, al tempo che passa. Il silenzio irrompe, l’unica vita è rappresentata dai pini che qui sono stati piantati per ricordare ogni figlio di Montevago rimasto sotto le macerie”. Lo ha detto ieri il sindaco Margherita La Rocca Ruvolo a margine della messa per commemorare le vittime del terremoto de Belice in occasione del 50° anniversario. Un rito officiato nel pomeriggio dall’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, e dai vescovi di Monreale, Trapani, Mazara del Vallo e Piana degli Albanesi, rispettivamente Michele Pennisi, Pietro Maria Fragnelli, Domenico Mogavero e Giorgio Demetrio Gallaro. Dopo la messa una fiaccolata tra i ruderi del paese, poi il sindaco ha deposto una corona di alloro davanti al monumento delle vittime del terremoto, laddove cinquant’anni fa vennero ammassati i corpi dei morti estratti dalle macerie.

“Oggi, dopo 50 anni, riecheggiano le parole cordoglio e memoria. Fare memoria – ha aggiunto il sindaco – vuol dire ricordare, ma non solo. Vuol dire rileggere. Rileggere un fatto, un evento, un avvenimento, sia esso vicino o lontano, sia che ti abbia visto coinvolto sia no. Memoria è sapore del ricordo vivo e perenne, è protagonista di quei frammenti che esistono nell’uomo attento e vigile. E’ gusto di ciò che resta dopo che tutto passa. Noi oggi siamo qui facendo memoria. Se perdessimo d’improvviso a memoria perderemmo la nostra personalità, verremmo snaturati, diventeremmo altro. Questo è avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968. Questo è avvenuto il 25 gennaio dello stesso anno, questo è avvenuto quando qualcuno, dall’alto, in modo maldestro, ha sentenziato per Montevago ‘paese a totale trasferimento’.

Un trasferimento che ha segnato in modo irreversibile le sorti di una comunità, che ha impedito di ricomporre frammenti di storia, di memoria, di vita. Paese ‘a totale trasferimento’, vuol dire che sono stati ridisegnati confini nuovi e privi di storia. E’ nata una comunità senza identità e senza anima. Alle scosse fisiche si sono aggiunte quelle morali, chi tutto questo ha deciso forse non ne ha avuto piena consapevolezza. Ma i dati sono ancora evidenti. Ancora oggi, a 50 anni dal sisma, tutto questo rimane inalterato, le ferite ancora evidenti, le scelte volute da altri ancora tangibili”.