Inchiesta Girgenti Acque, centinaia di ore di intercettazioni avrebbero svelato il “sistema”

Un “sistema” ruotava attorno a Girgenti Acque e coinvolgeva funzionari pubblici di livello, politici di ogni tipo, altri imprenditori, giornalisti e investigatori: le tangenti servivano per salvaguardare il buon nome antimafia dell’azienda che si occupa della distribuzione idrica ad Agrigento e in vari Comuni della provincia, ma anche delle società satellite che avevano bisogno di evitare le interdittive, in cui un ruolo chiave è giocato dalla prefettura. Parte da qui, come racconta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, quella che appare come l’ennesima inchiesta sul mondo borderline di una – in questo caso ancora presunta – antimafia di facciata. “Stop” che la Girgenti e le altre aziende avrebbero puntualmente evitato, sebbene le forze dell’ordine avessero dato indicazioni opposte.

Associazione per delinquere, riciclaggio, corruzione, false comunicazioni sociali, truffa sono i reati ipotizzati nei confronti di 72 persone, finite nel mirino prima della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e ora della Procura di Agrigento, alla quale sono stati trasmessi una gran parte degli atti. Coinvolti tra gli altri il prefetto, Nicola Diomede, e – con un ruolo tutto da definire – Angelo Alfano, 82 anni il mese prossimo, padre del ministro degli Esteri, Angelino, che fu anche titolare del dicastero degli Interni. Ci sono poi politici, dall’ex presidente della Regione, Raffaele Lombardo, all’ex presidente della Provincia, Eugenio D’Orsi, da Angelo Capodicasa (altro ex presidente della Regione) a Riccardo Gallo, Giovanni Panepinto e Vincenzo Fontana. E c’è anche l’ex presidente del Cga, Raffaele De Lipsis, già indagato in un’altra inchiesta della Dda, poi trasmessa per competenza a Trapani, quella sull’armatore Vincenzo Morace e sull’ex sindaco di Trapani Girolamo Fazio. A scoprire i meccanismi e ad avviare l’inchiesta, nel cui ambito i pm agrigentini, per mezzo degli investigatori, carabinieri e finanzieri, stanno in questi giorni notificando gli avvisi di proroga delle indagini preliminari, era stata la Procura antimafia di Palermo.

L’input era arrivato dalle dichiarazioni di un aspirante collaboratore, poi ritenuto del tutto inattendibile su una serie di fronti, l’architetto Giuseppe Tuzzolino. Su Girgenti Acque e sul suo sistema le indicazioni del professionista sarebbero state utili: le intercettazioni a tappeto hanno dato risultati considerati positivi, come racconta il Gds. Non però sul fronte della dimostrazione delle finalità mafiose delle mille attività di Marco Campione, uno degli amministratori e massimi dirigenti della società di distribuzione idrica. Da qui lo stralcio e la trasmissione, da parte del procuratore aggiunto del capoluogo, Paolo Guido, e del pm Gery Ferrara, di un troncone di atti al procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, e ai sostituti Salvatore Vella, Paola Vetro e Alessandra Russo.

Assunzioni a tempesta, ma soprattutto affari: affari che passavano attraverso il riconoscimento del pedigree antimafia, cosa che comporta reati collegati alla pubblica amministrazione. Marco Campione è tra l’altro fratello di Massimo, che ha collaborato con i pm di Palermo, contribuendo alla condanna dell’ex ad di Rfi Dario Lo Bosco e di altre due persone. Sempre per tangenti. Dal procuratore Patronaggio si è pure presentato l’avvocato Giuseppe Arnone (già arrestato, su richiesta dello stesso capo, e poi scarcerato dal riesame di Palermo, per una presunta estorsione), che ha parlato a lungo del “sistema” Girgenti.

Centinaia di ore di ascolti avrebbero confermato il sistema, che doveva bloccare gli intoppi per le imprese del gruppo Campione e i presunti componenti della associazione a delinquere avrebbero dovuto dare il loro supporto. Ovviamente in cambio c’erano tangenti sotto forma di denaro o di utilità come assunzioni per i propri familiari, voti per i politici o per i loro candidati sparsi per il territorio e favori di varia natura. L’inchiesta – come si legge sul Giornale di Sicilia – avrebbe svelato un complesso intreccio affaristico che coinvolgeva anche organi di stampa: indagati i giornalisti Alfonso Bugea, Franco e Lelio Castaldo, avvocati, investigatori (implicati cinque carabinieri del Norm) e soprattutto il prefetto Diomede. Di Angelo Alfano, insegnante in pensione e dunque estraneo al settore imprenditoriale, dieci anni fa parlò il pentito Ignazio Gagliardo: disse che un boss gli avrebbe riferito che il padre del ministro avrebbe chiesto ai mafiosi voti per il figlio. Accuse non riscontrate e poi archiviate.

Il suo ruolo ora è ancora da mettere del tutto a fuoco ma sarebbe collegato a pressioni fatte per ottenere assunzioni di persone vicine a uomini politici del territorio alle dipendenze di Girgenti Acque, colosso che, con l’indotto, controlla migliaia di posti di lavoro, consulenze e incarichi di vario genere. Contestata anche la violazione della legge sulla composizione degli organi amministrativi: in sostanza, un riferimento al voto di scambio.

Anche il palazzo della Prefettura, mercoledì mattina, è stato sottoposto a una perquisizione da parte di finanzieri e carabinieri. Oggi si riunisce il Consiglio dei ministri e il “caso Diomede” potrebbe essere affrontato. Le numerose intercettazioni, per poter essere utilizzabili, quando sono coinvolti parlamentari nazionali, dovranno essere autorizzate dalla Camera di appartenenza.