Mafia nell’Agrigentino, il pentito Di Gati spiega come si truccavano gli appalti

“A turno si decideva prima chi doveva vincere e poi si presentavano le buste, il sindaco e il segretario comunale erano d’accordo. Per sviare indagini e sospetti si coinvolgevano in questo sistema imprenditori che non erano del paese”. Il pentito Maurizio Di Gati, dopo un lungo silenzio, torna a parlare al processo a carico del geometra Vincenzo Manzone, 75 anni, ex dirigente dell’Utc di Castrofilippo, imputato di turbativa d’asta aggravata perché avrebbe favorito l’illegittima assegnazione di tre appalti a imprese vicine ai boss. Come racconta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, Di Gati, ex capo provincia, collegato in video conferenza dal tradizionale “sito riservato”, si nasconde dietro un giubbotto blu, con tanto di cappuccio. “Angelo Alaimo – esordisce l’ex boss – mi ha ospitato a Castrofilippo. Insieme ai due fratelli aveva delle aziende edili che erano iscritte all’elenco delle imprese di fiducia del Comune”. Il pm della Dda di Palermo, Maria Teresa Maligno, gli chiede di descrivere il “sistema spartitorio”. “In sostanza si mettevano d’accordo per assegnarsi un appalto ciascuno e presentavano le buste. Una volta vinceva uno e una volta l’altro”. Di Gati descrive il “sistema” ma non i tre episodi specifici contestati all’imputato (relativi a due lavori di manutenzione stradale e al completamento di un centro diurno) visto che risalgono al 2009 e al 2010, periodo in cui il capo provinciale di Cosa Nostra era già detenuto e collaborava con la giustizia. Di Gati ha aggiunto: “Il meccanismo era possibile grazie alla complicità del segretario comunale di cui non ricordo il nome. Se il sindaco Salvatore Ippolito sapeva? Certo, era un uomo d’onore ed era d’accordo con tutti”. Un’oretta più tardi, però, rispondendo all’avvocato Antonino Gaziano, che difende l’imputato insieme ai colleghi Vincenza Gaziano e Salvatore Manganello, precisa: “Era un avvicinato a Bartolotta, non affiliato formalmente”. Ippolito, intanto, sta ancora scontando una condanna a 12 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Gati aggiunge: “A organizzare il sistema era Angelo Alaimo, lo stesso che ha curato per un periodo la mia latitanza e quella di Giuseppe Vetro. In alcuni casi coinvolgeva anche imprenditori di fuori, come un certo Arnone di Grotte o Costa di Favara. Gli dava le buste e gli diceva di presentarle. Era un sistema per sviare indagini e sospetti”.