Mafia, Di Gati al processo Icaro parla della famiglia Marrella di Montallegro e dei piani omicidiari per vendetta

«Non ho mai conosciuto i Marrella ma Giuseppe Fanara, mio padrino di battesimo e capo provincia di Cosa Nostra per un periodo, mi disse che facevano parte di Cosa Nostra». Maurizio Di Gati, l’ex capo provinciale delle famiglie mafiose agrigentine, dopo alcuni anni di «oblio», inevitabile visto che le sue conoscenze si fermano a dodici anni fa, torna a deporre al tribunale di Agrigento per la seconda volta a distanza di una settimana. Lo ha fatto ieri mattina – come racconta il Giornale di Sicilia oggi in edicola –  al processo scaturito dalla maxi inchiesta Icaro che, nel dicembre del 2015, ha disarticolato le cosche nella loro, ennesima, fase di riorganizzazione successiva all’operazione Nuova Cupola. Di Gati è apparso di spalle, collegato da un sito riservato, con un giubbotto a coprirlo interamente anche in testa. In ogni caso la figura appare decisamente più magra rispetto alla sua ultima foto ufficiale.

La sua audizione, davanti al collegio di giudici presieduto da Pietro Falcone, con a latere Gianfranca Claudia Infantino e Agata Anna Genna, inizia con il solito resoconto «storico» che serve per inquadrare il personaggio. «Sono entrato in Cosa Nostra nel 1991 dopo l’omicidio di mio fratello Diego – ha esordito – e mi sono messo a disposizione di Salvatore Fragapane che in quegli anni comandava. Sono diventato con gli anni rappresentante della provincia di Agrigento. Nel 2006, dopo quasi otto anni di latitanza, mi sono consegnato ai carabinieri che mi cercavano dall’operazione Akragas». Sul banco degli imputati, in questo stralcio processuale, siedono in dodici. Uno di loro – Ciro Tornatore, presunto capomafia di Cianciana, indagato anche nell’ultima operazione «Montagna» – è morto nelle scorse settimane ma la sua posizione non è stata ancora formalmente separata.

Gli altri imputati sono: Antonino Abate, 29 anni, Carmelo Bruno, 47 anni, Vito Campisi, 45 anni, Roberto Carobene, 38 anni, Antonino Grimaldi, 55 anni, Stefano Marrella, 59 anni, Vincenzo Marrella, 41 anni, Vincenzo Marrella, 60 anni, Pasquale Schembri, 53 anni, Gaspare Nilo Secolonovo, 47 anni, e Francesco Tortorici, 36 anni. Il pm della Dda Claudio Camilleri chiede a Di Gati di riferire le sue conoscenze sui Marrella. «Non li ho conosciuti personalmente – spiega – ma so che facevano parte di Cosa Nostra perché me lo disse, oltre a Fanara, anche Stefano Fragapane». Il figlio del boss Salvatore, a sua volta arrestato e finito all’ergastolo negli anni successivi, e Fanara, in quel periodo, attorno alla fine degli anni Novanta, avevano un ruolo di primo piano. «Fanara – aggiunge Di Gati – fu capo provincia dopo la seconda operazione Akragas, fu latitante per un paio di anni. Un uomo della famiglia Marrella, – aggiunge – insieme a un uomo d’onore di Burgio di cui non ricordo il nome, andò da Fanara per chiedergli di vendicare l’omicidio di un parente, mi sembra il figlio». In realtà, come chiarisce dopo essere stato sollecitato dal pm Camilleri, si sarebbe trattato del fratello». Di Gati aggiunge: «Me lo disse Fanara».

Il collaboratore di giustizia fa un’inevitabile confusione sui nomi visto che i Marrella coinvolti in varie vicende di mafia, sempre con esiti alterni, sono quasi una decina e qualcuno ha lo stesso nome di battesimo. «Uno dei Marrella voleva uccidere un parente. So che erano tutti divisi perché uno aveva fatto ammazzare uno della famiglia. I nomi? Uno – risponde – si dovrebbe chiamare Vincenzo e l’altro Stefano. Vincenzo Marrella – aggiunge – voleva uccidere Luigi Gagliardo, nel 2001, perché secondo lui era stato arrestato per colpa sua. Gli avevano trovato delle armi in auto». L’avvocato Teo Caldarone, che difende il più grande dei Vincenzo Marrella prova a fare chiarezza sulla loro identificazione. «Allora.. ho detto che uno faceva il pecoraio e l’altro il macellaio? Non ricordo. Erano tutti divisi fra di loro, uno dei Marrella voleva uccidere l’altro». Di Gati ha aggiunto: «Uno dei Marrella, forse il fratello, lavorava al comune di Aragona e una di queste persone ci ha fatto vincere una gara con i fratelli Mortellaro».