Libri: “Io piangio a Brescia-Auschwitz. Dieci milioni per finire su un marciapiede” di Sandro Biffi

Titolo duro per un libro duro. Duro perché mette nero su bianco quello che nessuno vuol sentirsi dire: la verità. Duro perché dice le cose come stanno, senza tanti giri di parole. E se il richiamo ad Auschwitz sembra eccessivo, addirittura fuori luogo, leggete l’Opera di Biffi e capirete. Capirete perché l’Autore sia costretto a scrivere sotto pseudonimo. Capirete dove porta il mancato freno ai bassi istinti dell’essere umano. Capirete il perché migliaia, milioni, di persone siano fatte vivere nella superstizione e nell’ignoranza.

“Dieci milioni” recita il sottotitolo del libro. Poco importa che la moneta di riferimento sia la Lira e non l’Euro. Quello che conta è il significato di quella cifra. Debito. Debito che una persona umana è costretta a rimborsare a una persona (non) umana cedendo il suo corpo ad altre persone (non) umane.

Da sempre ci insegnano come la prostituzione sia il “mestiere più vecchio del mondo”. Nello Stato Pontificio il meretricio, ufficialmente condannato, era, in realtà, tollerato, purché le “lavoratrici” versassero l’obolo alla Chiesa. Addirittura, si è cercato di affibbiare un termine aulico alle ragazze schiave di quel “mestiere”: “peripatetiche”, richiamando l’uso degli studenti di Aristotele di passeggiare durante le lezioni.

Scuse, giustificazioni, tentativi di auto-assolversi, che lasciano il tempo che trovano. La verità è una e una sola: quella che Sandro Biffi ci descrive limpidamente nel suo libro. Quella di un Amore impossibile. Quella che le Forze dell’Ordine hanno le mani legate di fronte a simili barbarie. Quella che chi ha i (tanti) soldi e, quindi il (tanto) potere, lecito o illecito che sia non importa, ha sempre ragione.

Noi le vediamo lì, sul ciglio di una strada; magari le canzoniamo e le offendiamo pure. Ma abbiamo mai abbinato un nome e un cognome a quel viso? Ci siamo mai chiesti chi sia quella ragazza? Ci siamo mai posti il problema del perché sia lì, a subire angherie, a sentire freddo, a  essere considerata solo carne senz’anima? Sandro Biffi sì, lo ha fatto.

“Io piangio” è un saggio, mascherato da diario, che prende per mano il lettore e lo conduce all’interno di un tunnel senza fine. Il linguaggio è semplice, discorsivo; ed è giusto che sia così. Non servono paroloni per rappresentare quello che è sotto gli occhi di tutti, per narrare quello che ognuno di noi sa esistere. “Io piangio” è uno di quei casi dove “la realtà supera la fantasia”; basti pensare al “voodoo”, ritenuto dalla società civile un carnevalesco orpello di credenze popolari di stampo medievale ormai del tutto superate, invece…

Invece Alexandra, e non solo lei, piange per colpa di quelle ataviche convinzioni quasi impossibili da estirpare. Leggere “Io piangio” fa bene. Fa bene al nostro cuore e alla nostra anima. Ѐ un strumento prezioso per combattere il nostro egoismo, la nostra cecità.

Ancora, è uno strumento che ci aiuta a non dimenticare quanto accaduto nel passato – il richiamo ad Auschwitz non è casuale – per evitare di incorrere negli stessi, gravi, errori in futuro. Dovrebbe essere letto e spiegato nelle scuole, “Io piangio”, per educare al meglio le giovani generazioni sul rispetto di sé e di chi ci circonda.

Intanto, leggiamolo e rileggiamolo ancora una volta: IO PIANGIO A BRESCIA-AUSCHWITZ. DIECI MILIONI PER FINIRE SU UN MARCIAPIEDE; e ringraziamo Sandro Biffi per il suo importante contributo alla nostra educazione civica.

Beniamino Malavasi